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Coltivazioni tropicali nel Sud Italia: opportunità e limiti di un settore in crescita

"Mango and Avocado Explosion" è un focus che ha approfondito i temi legati ai due prodotti tropicali durante la tre-giorni di Macfrut. Nella terza giornata, nel corso del suo intervento, il prof. Paolo Inglese, ordinario del Dipartimento SAAF-Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali dell'Università degli Studi di Palermo, ha analizzato l'evoluzione della frutticoltura tropicale in Italia, con focus sulla Sicilia.

Inglese ha smentito l'idea diffusa che la coltivazione di frutti tropicali in Italia sia una conseguenza positiva del riscaldamento globale. Al contrario, le alte temperature e gli estremi climatici mettono a serio rischio le piante. "Il clima del Sud Italia non si sta tropicalizzando. Credo che abbia avuto più effetto Ryanair del cambiamento climatico: la capacità di viaggiare a basso costo in giro per il mondo, sperimentando frutta sconosciuta, ha fatto letteralmente innamorare il nostro Paese di cibi come l'hummus o il guacamole, che oggi viene abitualmente consumato persino in abbinamento al salmone". Con questa frase provocatoria, il professore ha inteso sottolineare che il boom della frutticoltura tropicale in Italia è stato guidato da un profondo cambiamento culturale e nei consumi, e non da un fenomeno meteorologico.

© Maria Luigia Brusco | FreshPlaza.it
Il prof. Paolo Inglese

Inglese ha inoltre evidenziato il vantaggio competitivo della prossimità. Gli avocado e i mango siciliani non possono competere per volumi con i grandi produttori internazionali, ma vincono sulla qualità. "La superiorità del prodotto siciliano è misurabile e rappresenta il nostro principale claim di vendita. Il mango siciliano di prossimità raggiunge i 18 gradi Brix grazie alla maturazione sulla pianta, contro i 12 gradi Brix medi del prodotto d'importazione, raccolto non maturo e trasportato in stiva. L'esplosione aromatica del frutto di prossimità è inarrivabile per i competitor transoceanici. Il frutto mantiene i profumi originari, che non vengono degradati dalle lunghe permanenze in cella refrigerata. Inoltre, la capacità di offrire un prodotto 'fresco di giornata' sul mercato europeo riduce l'impronta di carbonio e garantisce una texture superiore".

Il mango in Sicilia spesso presenta una crescita ridotta. "Sebbene sia un segnale che la pianta non è nel suo habitat monsonico, questo nanismo rappresenta un vantaggio agronomico strategico: facilita enormemente le operazioni di potatura, gestione della chioma e raccolta, abbattendo i costi di manodopera. Per massimizzare il valore, la Sicilia deve puntare sui baby avocado/mango. Questa strategia risponde perfettamente alla moderna composizione familiare: il consumatore preferisce tre frutti piccoli e perfettamente maturi a un singolo frutto gigante da 600 grammi, difficile da gestire e conservare dopo l'apertura".

Secondo il professore, per evitare di importare passivamente tecnologie e piante dall'estero, in particolare da Spagna e Israele, e pagare costi più alti, l'Italia deve recuperare il suo ruolo centrale nel miglioramento genetico e nello sviluppo di un sistema vivaistico solido, supportato da una stretta collaborazione tra pubblico (ricerca) e privato. "L'Italia non può accettare di essere la copia: o è originale o perde. Noi non possiamo diventare il mercato della Spagna da tutti i punti di vista. Credo che un sistema frutticoltura che non parta da un sistema vivaistico, non ha dove andare a lunga scadenza".

Last but not least, il territorio stesso rappresenta una leva di marketing eccezionale, potendo sfruttare la sua naturale unicità geografica e paesaggistica. Riprendendo una celebre frase, Inglese afferma: "La Sicilia è esotica in sé, perché è il luogo dove le arance convivono con la neve. Oggi è il luogo dove l'avocado convive con la neve e il brand Etna è fortissimo".

© Maria Luigia Brusco | FreshPlaza.it
Moderati da Antonio Felice, Passanisi e Ponso

Dopo l'intervento del prof. Inglese, sono intervenuti Andrea Passanisi, presidente Coldiretti Catania e produttore di avocado, e Michele Ponso, imprenditore frutticolo di Lagnasco e presidente della sezione Frutticoltura di Confagricoltura Cuneo.

Passanisi ha evidenziato che il consumo pro capite di frutta tropicale in Italia è aumentato enormemente, passando da soli 100 grammi nel 2010 a superare abbondantemente gli 800 grammi attuali. "Frutti come mango e avocado non sono più una nicchia, ma sono considerati cibi funzionali, scelti per ragioni etiche, salutari e di sostenibilità, intercettando soprattutto i giovani, gli sportivi, i vegetariani e i vegani". Ha inoltre sottolineato che le nuove colture tropicali - attualmente gestite da oltre un centinaio di aziende tra Calabria, Puglia e Sicilia - non devono assolutamente sostituire le coltivazioni tradizionali italiane, ma devono affiancarsi a esse per arricchire la biodiversità e il paniere produttivo.

No all'improvvisazione agronomica: di fronte alle sfide del cambiamento climatico, Passanisi ha invitato gli agricoltori a smettere di cercare informazioni superficiali e a confrontarsi invece con tecnici, esperti e con il mondo accademico e della ricerca. "Questo è fondamentale per conoscere le reali esigenze agronomiche delle piante ed evitare di sprecare investimenti".

Provenendo dal Piemonte, Ponso ha spiegato che nella sua regione attualmente non si coltivano avocado o mango, a causa del clima sfavorevole e di un certo scetticismo degli agricoltori verso nuovi investimenti. Ha riportato però l'esperienza avuta in passato con il kiwi e il mirtillo, che si sono rivelate ottime alternative durante i periodi di crisi delle colture tradizionali. "Il mirtillo, ad esempio, ha avuto un'esplosione, perché intercettava la tendenza del mangiare salubre e le moderne abitudini di consumo in formato pratico e snack". Ponso ha fatto notare, inoltre, che introdurre nuove colture richiede studi approfonditi e l'uso di strutture di protezione, poiché le piante soffrono molto i recenti cambiamenti climatici, come gli sbalzi termici e le grandinate.

L'importanza di "fare sistema"
Il prof. Inglese individua nell'individualismo tipico del Sud Italia uno dei più grandi ostacoli allo sviluppo. Per sopravvivere a lungo termine in questo mercato, i produttori non possono muoversi da soli, ma devono creare un'offerta coesa e omogenea. "Oggi abbiamo bisogno che gli agricoltori stiano insieme, che costruiscano rete, che non arrivino sul mercato separati, che capiscano quali varietà scegliere. Oggi la qualità del fare è più importante della qualità del prodotto stesso. Non puoi parlare di qualità del prodotto senza parlare di qualità della filiera".

Passanisi ha sottolineato che per competere sul mercato è essenziale superare il retaggio culturale e la frammentazione della filiera agricola. "Fare sistema permette di evidenziare la differenza etica, la trasparenza e i minori tempi di trasporto dei prodotti italiani rispetto a quelli esteri".

Anche Ponso concorda fermamente sulla necessità di fare sistema. "Presentarsi uniti conferisce un'identità forte al prodotto legato al territorio. Le singole uscite private, pur potendo dare qualche risultato immediato, a lungo termine non portano al successo".

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