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Gli interventi degli specialisti durante Agri Kiwi Expo 2020

La moria del kiwi: a che punto e' la ricerca

Molti definiscono la moria del kiwi come un problema multifattoriale: concorrono a questa problematica infatti fattori agronomici, pedoclimatici, fisiologici e microbiologici. Certo è che in Italia, a partire dal 2012, quando la moria si è manifestata per la prima volta con piccoli focolai a Verona, il raggio di azione del problema si è ampliato, estendendosi anche al Piemonte e, con una spaventosa accelerazione nel giro degli ultimi 6-7 mesi, nel Lazio. Le stime a livello nazionale parlano di 8.100 ettari persi (tra moria e altre cause) dal 2011 al 2019, con un contraccolpo economico per il settore kiwi stimabile in una perdita complessiva di 760 milioni di euro di plv (una cifra che, considerando anche l'indotto, andrebbe raddoppiata). Risulta pertanto di particolare urgenza individuare cause e possibili soluzioni alla moria. 

Se ne è parlato in occasione di Agri Kiwi Expo 2020, evento che ha visto la presentazione di diverse relazioni scientifiche da parte dei principali ricercatori coinvolti nei vari filoni di studio. Tra il 2012 e il 2013 è stato condotto uno studio dal gruppo di lavoro così costituito: Tosi L., Tacconi G., Giacopini A., Mazzucchi U., Favaron F., Sella L., Bertaiola F., Bertaccini A; in collaborazione tra Agrea, CREA, Veneto Agricoltura, Agrion e la Regione Piemonte. 

"Abbiamo indagato sulle possibili cause del fenomeno della moria, formulando una serie d'ipotesi. Ci siamo resi conto che le condizioni agronomiche giocano un ruolo fondamentale, come causa del fenomeno. Nel 2014 è partita una sperimentazione in Veneto: il progetto prevedeva la realizzazione di un frutteto pilota in cui verificare l'efficacia di nuove modalità di impianto e di gestione dell'acqua nel prevenire la problematica. I dati raccolti indicavano che una corretta gestione dell'acqua e una significativa baulatura del terreno d'impianto permettevano di prevenire il fenomeno della moria. Inoltre, l'uso del compost non evitava l'insorgenza della moria, ma migliorava le caratteristiche del suolo e della produzione. Dopo quattro anni, tuttavia, tutti gli impianti dov'era stato somministrato il compost erano morti". E' quanto ha dichiarato Lorenzo Tosi di Agra, centro studi di Verona.

Lorenzo Tosi all'Agro Kiwi Expo

"Siamo giunti a una conclusione – ha proseguito Tosi -: le pratiche agronomiche mostrano di avere un'influenza positiva nel prevenire la moria, ma non sono sufficienti. Sono necessari ulteriori studi e sperimentazioni per comprendere le diverse relazioni tra i fattori in gioco. Bisogna mettere a punto un protocollo di coltivazione che sia risolutivo nei confronti della moria".

Apparato radicale di una pianta con moria del kiwi

Paolo Ermacora dell'Università di Udine ha posto l'accento sul ruolo dei funghi nell'insorgenza della moria. Egli sostiene: "Abbiamo isolato e identificato i più frequenti funghi fitopatogeni, agenti causali di patologie dell'apparato radicale del kiwi. Infatti abbiamo riscontrato il coinvolgimento di fattori biotici anche se sono ancora poco chiari molti aspetti epidemiologici. Il quadro è davvero complesso".

Paolo Ermacora all'Agro Kiwi Expo

"Bisogna completare il quadro degli agenti patogeni - ha continuato Ermacora - con prove di patogenicità anche per altri "candidati" e caratterizzarli. E' necessario sviluppare tecniche per aumentare la sanità dei suoli e per il biocontrollo degli agenti patogeni".

Nella seconda giornata di Agri Kiwi Expo sono intervenuti, con ulteriori relazioni scientifiche, Marco Scortichini e Gianni Tacconi, ricercatori del CREA. Il primo ha affrontato il tema dell'eventuale ruolo dei batteri, in specie quelli anaerobi, nella moria, mentre Tacconi ha presentato i risultati delle prime esperienze di prove in campo con l'impiego di portinnesti.

Folta partecipazione di pubblico durante le relazioni scientifiche

Il lavoro di ricerca sui batteri anaerobi presentato da Scortichini si è avvalso della collaborazione dell'Istituto Superiore di Sanità (nelle figure di Patrizia Spigaglia e Fabrizio Brabanti), in quanto nella ricerca di settore (ortofrutta) mancano specifiche competenze in materia. Le prove fin qui effettuate mostrano un probabile ruolo dei batteri anaerobi del genere Clostridium (lo stesso cui appartengono botulino e tetano, per intenderci); la loro presenza nei campioni di suolo con moria non basta però a identificare in essi una causa della problematica, potendo in realtà esserne un effetto. In ogni caso, sono state condotte prove, sia in terra sia in vitro, su piante inoculate con Clostridium bifermentans e Clostridium subterminale, con effetti diversi a seconda della varietà di kiwi (verde, giallo, A. arguta), ma entrambi di notevole tossicità e letalità sulle piante.

Marco Scortichini durante il suo intervento

I batteri anaerobi, la cui proliferazione è favorita da condizioni di precedente sofferenza del terreno (compattamento, ristagno idrico, etc.) sono in grado non solo di moltiplicarsi, mediante le loro spore fino ad allora quiescenti, reagendo a sostanze che li "attivano", ma anche di muoversi e spostarsi nel terreno mediante appendici cellulari chiamate flagelli. Pertanto non va sottovalutato, secondo Scortichini, il ruolo dei cambiamenti climatici (bombe d'acqua, alternanza tra temperature calde e fredde, etc.) nell'attivazione di tali microorganismi, rivelatisi letali nelle prove di laboratorio. Del resto è da notare che la Nuova Zelanda, patria del kiwi, è al momento esente dal fenomeno della moria; il che potrebbe essere dovuto alla composizione completamente diversa dei suoli neozelandesi, molto più sciolti e sabbiosi rispetto a quelli, più pesanti, esistenti in Italia, dove invece il ristagno idrico è purtroppo (complice il clima estremo) sempre più frequente.

Sopra e sotto: due momenti dell'intervento di Scortichini 

In conclusione, il ricercatore ha sottolineato che ci vorranno anni per giungere all'elaborazione di una strategia efficace e che il primo passo sarà semmai trovare il modo - come fu già per la batteriosi dell'actinidia - di convivere con il problema. 

La platea durante le relazioni scientifiche

Le relazioni scientifiche sono state concluse dall'intervento di Gianni Tacconi, ricercatore del CREA, il quale ha presentato i risultati finora ottenuti in campi sperimentali su piante di kiwi innestate su Bounty (SAV1, portinnesto neozelandese non idoneo tuttavia a terreni pesanti) e Z1 (VIP Zedone Z1 Vitroplant), già tollerante a Psa e che si sta provando anche in terreni pesanti. Le prove sono effettuate tanto su filari baulati, quanto non baulati, con piante di controllo non innestate: le osservazioni testimoniano una efficacia dei portinnesti, soprattutto nei primi anni di vita delle piante. Possono tuttavia verificarsi collassi e ripresa della moria dopo alcuni anni. Tacconi nota pertanto che, prima di affermare con sicurezza l'eventuale tolleranza alla moria di un dato portinnesto, bisogna essere cauti e attendere prove certe.

Sopra e sotto: due momenti dell'intervento di Gianni Tacconi

L'altra strada da percorrere, secondo il ricercatore, sarebbe quella di "pescare" nel vastissimo germoplasma esistente nella specie Actinidia per sviluppare in futuro nuove cultivar tolleranti o resistenti alla moria, capaci di prosperare anche in terreni con ristagno idrico (a tal proposito, esiste in Giappone una varietà di kiwi, l'Actinidia rufa, che risulta tollerante a terreni con ristagno e ad alcuni patogeni). Anche qui, tuttavia, l'ottica temporale per una soluzione definitiva è molto lunga.

In conclusione, una cura per la moria non è stata ancora trovata. Il problema dovrà essere studiato e affrontato in maniera coordinata e multidisciplinare. Un primo passo, secondo quanto riportato da Scortichini durante Agri Kiwi Expo 2020, sarà l'attivazione - entro la fine di settembre 2020 - di un progetto regionale del Lazio, da far poi confluire in un progetto di respiro nazionale, che vedrà la costituzione di un gruppo di lavoro/task force di specialisti in materia.


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