I commenti di Rabboni, Cia e Confagricoltura Emilia-Romagna

Raggiunto accordo d'area del pomodoro da industria del Nord Italia

E' stato sottoscritto il prezzo di riferimento per il pomodoro da industria del Nord Italia per la campagna 2020: 87 euro/ tonnellata, in leggero aumento rispetto agli 86 euro dell'anno precedente. 

"Mi congratulo con la parte agricola e con la parte industriale – commenta Tiberio Rabboni, presidente dell'Organizzazione interprofessionale OI Pomodoro da industria del Nord Italia che, come noto, per legge non può prendere parte alla trattativa né comunicare i contenuti dell'accordo - per un contratto tempestivo rispetto al calendario colturale e denso di novità positive per quanto riguarda gli obiettivi di programmazione produttiva per allineare e stabilizzare le forniture agricole ai reali fabbisogni industriali e dei mercati".

"A questo proposito - prosegue Rabboni - l'accordo quadro introduce un nuovo e più significativo ruolo per l'organizzazione interprofessionale vista la programmazione, concordata fra OP ed industrie di trasformazione, che ha fissato obiettivi massimi di superficie e di quantità per la dotazione di ogni singola OP. All'OI del Nord Italia, che ha fornito un supporto tecnico fondamentale nella fase di definizione degli obiettivi di programmazione, è confermato il compito di ricezione del deposito dei contratti entro il 6 marzo e attribuito il nuovo e centrale incarico di verifica delle condizioni stabilite dalla programmazione. L'eventuale mancato rispetto degli impegni (per superficie e quantità eccedenti) comporterà delle trattenute economiche che andranno a formare un fondo, gestito dall'OI, per lo sviluppo della filiera".

"E' una novità importante ed attesa che qualifica ulteriormente la nostra organizzazione come soggetto superpartes di garanzia e che rafforzerà l'efficienza e la coesione operativa di tutta la filiera del Nord Italia" conclude Rabboni. 

Cia e Confagricoltura Ferrara: il prezzo del pomodoro penalizza i produttori
"L'accordo non ci soddisfa, è penalizzante e rischioso per i produttori, con un prezzo di riferimento inadeguato, che non ripaga dei costi sostenuti". Questo il commento di Stefano Calderoni e Gianluca Vertuani, presidenti di Cia e Confagricoltura Ferrara, sul prezzo del pomodoro da industria 2020. 

"Le nostre richieste sono rimaste inascoltate – continuano i due rappresentati di Cia e Confagricoltura Ferrara - e il patto siglato non garantisce una reale sostenibilità economica per gli agricoltori. Inoltre, anche se il prezzo è leggermente superiore rispetto al 2019, il quantitativo di pomodoro contrattato è incomprensibilmente eccessivo". E ricordano come più volte dalle due organizzazioni fosse pervenuta la richiesta di programmare i quantitativi sulla base dei fabbisogni delle industrie dando, quindi, la possibilità di remunerare i produttori.

"Inoltre va detto che il prezzo di 87 euro è una mera illusione perché è parametrato su un grado brix di 4.90 quando i dati dell'OI pomodoro da industria ci ricordano, invece, che la media del distretto è sotto il 4.8. Questo determinerà che il prezzo medio delle liquidazioni sarà inferiore agli 87 euro promessi" aggiungono Calderoni e Vertuani.

"E' giunto il momento di tenere conto, negli accordi, delle specificità territoriali e di una sostenibilità economica che non può essere valutata come secondaria. Ferrara è la seconda realtà produttiva del Nord Italia, qui ci stiamo giocando il futuro della filiera e noi produttori dobbiamo essere tutelati, perché il rischio d'impresa è tutto sulle nostre spalle. Siamo noi a essere esposti ai cambiamenti climatici, noi a essere esposti alle fluttuazioni del mercato, nostro è il prodotto lasciato nei campi quando le industrie non sono in grado di lavorarlo".

"Lanciamo quindi un appello a tutte le OP - concludono i presidenti Cia e Confagricoltura - che operano sul territorio provinciale perché stigmatizzino i contenuti di un accordo che rischia di danneggiare i nostri agricoltori. E ai produttori suggeriamo di valutare con attenzione i propri programmi di trapianto, perché la continua crescita di superfici coltivate a pomodoro nella parte occidentale della regione rischia di avere effetti nefasti su tutta la produzione del Nord Italia".

Confagricoltura Emilia-Romagna: accordo penalizzante e rischioso per la parte agricola
"L'accordo non ci soddisfa, è penalizzante e rischioso per la parte agricola, con un prezzo di riferimento inadeguato rispetto agli standard di qualità richiesti". Dice no senza esitazioni Giovanni Lambertini, presidente della sezione pomodoro da industria di Confagricoltura Emilia-Romagna perché "le nostre richieste sono rimaste inascoltate e il patto siglato non garantisce una reale valutazione della qualità del prodotto". 

"Il quantitativo di pomodoro contrattato è eccessivo", precisa Lambertini ricordando le istanze formulate lo scorso dicembre dall'organizzazione degli imprenditori agricoli per dare valore al prodotto lungo la filiera, ossia: centrare la programmazione 2020 per garantire una congrua remunerazione ai produttori ed evitare di sottoscrivere quantitativi di prodotto contrattato superiori alla reale capacità di trasformazione delle industrie del Nord, come è successo nella campagna 2019. 

"Inoltre è stata completamente disattesa la richiesta relativa alle certificazioni, in quanto i produttori non possono più accollarsi gli oneri di fornire crescenti garanzie relative a un prodotto che già rappresenta il top di gamma a livello globale" aggiunge il presidente dei produttori di pomodoro da industria di Confagricoltura Emilia-Romagna. 

Lambertini mette in guardia gli agricoltori e "invita alla prudenza nel calcolo delle superfici da dedicare alla coltura al fine di tutelare la redditività aziendale, visto che nella fase precontrattuale non tutti hanno rispettato gli impegni presi"; ricorda infine la cessazione d'attività della Columbus, nota industria parmense di trasformazione del pomodoro, in grado di lavorare oltre un milione di quintali di prodotto. E altre realtà potrebbero presto chiudere i battenti. Tali quantitativi verrebbero quindi assorbiti da altre aziende, con prevedibili ritardi nella raccolta. Il rischio ricadrebbe in toto sulla parte agricola, rendendo incerto il periodo di consegna e costringendo l'agricoltore a lasciare il prodotto nei campi per un periodo talmente prolungato da provocare inevitabili danni qualitativi sui frutti.


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