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Al Future Forum di Udine, esperti a confronto sul tema dell’innovazione in campo agroalimentare

Sviluppo tecnologico oltre i pregiudizi, per garantire cibo sufficiente al mondo del futuro

Per riuscire a sfamare l'intera popolazione mondiale, che nel 2050 ammonterà a 10 miliardi di persone, "dobbiamo credere nel progresso tecnologico, uscendo da pregiudizi ideologici, e usare bene gli strumenti che scienza e innovazione ci mettono a disposizione". Altrimenti sarà impossibile riuscire a conciliare la necessità di produrre di più con un minore impatto sull'ambiente e con una maggiore sicurezza, su una superficie agricola globale che non sembra destinata a crescere, ma anzi a diminuire ulteriormente.

E' quanto è emerso dal convegno su "Il futuro dell'alimentazione tra tradizione e innovazione", svoltosi lo scorso 7 novembre a Udine per il Future Forum 2014 organizzato dalla locale Camera di Commercio, con Michele Morgante, ordinario di genetica presso l'Università di Udine, e Massimiano Bucchi, docente di sociologia della scienza e di comunicazione all'Università di Trento. Moderatore Claudio Filipuzzi, presidente del Parco agroalimentare di San Daniele del Friuli.

La tecnologia va dunque sviluppata "laicamente e senza preconcetti", hanno detto gli esperti, anche per garantire sicurezza alimentare. E, in particolare, proprio agli italiani, i quali da una recente indagine condotta dal gruppo di ricerca di Bucchi, risultano su questo fronte "molto o abbastanza preoccupati"(80,8%): nella mappa della loro percezione di insicurezza trionfano i controlli sanitari poco accurati (23,6%), seguiti dai residui di ormoni o antibiotici nella carne (23,2%), e dai residui di pesticidi in frutta e verdura (18,7%).


Prof. Michele Morgante.

"Bisogna continuare a sviluppare le innovazioni – ha esordito Morgante – che ci consentono di produrre di più e in modo più sostenibile e sicuro dal punto di vista dell'ambiente". In tema di progresso tecnologico, scarsamente accettato in campo agroalimentare, ("mentre è accolto con quasi acritico entusiasmo – è stato sottolineato – in campo biomedico, vedi i noti casi delle pseudo terapie Di Bella o Stamina"), il docente ha toccato subito l'argomento OGM, per dire che "dobbiamo uscire da una discussione troppo ideologizzata e trattarli in maniera pacata e chiara, liberandoci dai pregiudizi, considerandoli come uno degli strumenti che abbiamo per modificare geneticamente le piante o gli animali di cui ci serviamo per nutrirci".

"Una cosa che si è sempre fatta nella storia – ha proseguito – di volta in volta con metodi diversi, e adesso ne abbiamo di nuovi e migliori rispetto a quelli di 30 anni fa; non credo che sia saggio chiudersi la possibilità di usarli, ma di volta in volta dobbiamo considerare se la modificazione che il metodo ci ha consentito di apportare può presentare dei rischi per l'ambiente e per l'uomo oppure no. Dunque ci dobbiamo preoccupare – ha precisato – non tanto del metodo che ci ha consentito di ottenere quella specifica modificazione, quanto della modificazione stessa".

Ad esempio, "se la modificazione ottenuta è la resistenza della pianta a un erbicida – ha evidenziato il docente – dobbiamo preoccuparci della resistenza all'erbicida in sé e non chiederci se questa resistenza è stata ottenuta con un metodo di ingegneria genetica o con un metodo di mutagenesi chimica. Perché, alla fine, ciò che può presentare un rischio – ha ribadito – non è come l'ho ottenuta, ma, appunto, la resistenza all'erbicida di per sé".

Si profila la necessità, ha specificato Morgante, di uscire rapidamente dall'equivoco di pensare che il progresso tecnologico sia contrario all'esigenza di preservare la biodiversità. "Anzi i genetisti sono i più interessati a preservare la biodiversità – ha commentato il docente – perché essa rappresenta una fonte indispensabile di variabilità a cui poter accedere in futuro per ottenere piante sempre più confacenti ai bisogni dell'agricoltura".

"Un'agricoltura aperta all'innovazione è fondamentale per non risultare perdenti a livello globale anche come sistema Paese – ha sottolineato lo studioso - e, in vista del nuovo Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America, le posizioni protezionistiche assunte dall'Italia in campo agroalimentare, per la tracciabilità e la difesa dei marchi, potrebbero rivelarsi davvero controproducenti. Per competere – ha aggiunto – dovremmo pertanto puntare sempre più su qualità e sicurezza del nostro prodotto da collocare sui mercati globali".



Molto interessante la relazione del sociologo Massimiano Bucchi (qui sopra in foto), autore del saggio "Il pollo di Newton" (Guanda), il quale ha presentato a Udine alcuni dati tratti dalla decima edizione dell'Annuario Scienza Tecnologia e Società (anno 2014), particolarmente ricca di contenuti, con un'ampia panoramica sulla situazione attuale e sulle tendenze degli ultimi anni.

In materia di opinioni sulla sicurezza del cibo degli italiani (vedi slide qui sotto), secondo i dati dell'Osservatorio Scienza Tecnologia e Società, prevale come "sentiment" la preoccupazione, dal momento che ben il 42,6% risulta "molto preoccupato", e il 38,2% "abbastanza preoccupato".


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Tra le preoccupazioni più sentite, i controlli sanitari poco accurati (23,6%) i residui di ormoni o antibiotici nella carne (23,2%), e in terza posizione, i residui di pesticidi nella frutta e nella verdura (18,7%). Tra i responsabili "percepiti" di questa situazione, i consumatori mettono al primo posto le istituzioni per mancati controlli (52,7%), a seguire i produttori di cibi confezionati (22,9%), gli agricoltori e gli allevatori (19,7%).

Nella mappa della percezione del rischio alimentare, "il rischio aumenta all’aumentare del livello di manipolazione attribuito ai prodotti - ha spiegato Bucchi - e al diminuire del grado di controllabilità percepita". Tra i prodotti percepiti come più a rischio, secondo questo diagramma (vedi slide qui sotto), ci sono i succhi di frutta, le bibite gassate, i prodotti esteri, i piatti pronti surgelati, i molluschi e la carne bianca, mentre tra quelli percepiti come meno a rischio ci sono il pane e i prodotti fatti in casa e la frutta e verdura del proprio orto.


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Analizzando il rapporto tra innovazione tecnologica e cibo, Bucchi ha sottolineato (con numerosi esempi tratti dalla storia dell'alimentazione e della produzione alimentare) come "l'innovazione faccia parte della cultura, e dunque si debba guardarla senza paura né pregiudizio". Anche perché la percezione di ciò che è nuovo, più sicuro o più rischioso, è storicamente e socialmente variabile. "Davanti all'innovazione è bene avere un atteggiamento di prudenza, ma anche apertura mentale", ha proseguito. Secondo il sociologo della scienza, il problema in Italia non è rappresentato dal livello della cultura scientifica (che è simile a quello di altri Paesi europei), ma da come viene percepito il ruolo della scienza nella società. Si va dagli estremi di una "chiusura preconcetta", fino all'apertura acritica con "aspettative miracolistiche" (vedi il caso Stamina).

Occorre, invece, sviluppare una cultura più laica ed equilibrata dell'innovazione, quindi "a livello di cultura generale e di decisione politica è necessaria una maggiore preparazione". E ciò abbandonando, ha rincarato la dose Michele Morgante, il classico atteggiamento conflittuale che "ci vede sempre divisi tra guelfi e ghibellini, incapaci di trovare una via di mezzo".

Della necessità di rivedere la concezione della filiera agroalimentare tradizionalmente intesa ha parlato Claudio Filipuzzi (in foto). "Va riformulata partendo dalla produzione primaria – ha affermato il presidente del parco agroalimentare di San Daniele del Friuli – ma includendo tutti i servizi all'agricoltura, per arrivare anche a tutta la parte di industria che produce attrezzature e macchine per la trasformazione della materia prima. Anche queste ultime vanno coinvolte – ha proseguito - perché se dobbiamo produrre meglio e in maniera diversa, bisogna mettere tutti gli attori in contatto, fino al design e al marketing, rivedendo anche i modelli di commercializzazione".

Soffermandosi sul territorio del Friuli Venezia Giulia, il presidente del parco agroalimentare di San Daniele del Friuli, ha sottolineato che "dal punto di vista dell'agroalimentare ha grosse potenzialità, ma va interpretato il mercato con le sfumature, per capire prima dove ci possiamo realisticamente collocare con i nostri prodotti. Anche tenendo conto del fatto che – ha aggiunto – la richiesta di prodotto italiano a livello mondiale è enorme, di gran lunga maggiore rispetto a quella che riusciamo attualmente a soddisfare". Per portare avanti questo percorso fino in fondo, "bisogna però far nascere in questo territorio - ha suggerito - tutta quella parte di industria alimentare che è necessaria per accompagnare lo sviluppo: non è possibile che il Friuli produca più del 50% delle trote d'Italia, ad esempio, e poi di fatto ne trasformi solo una piccola parte e il resto vada in mano ad altri trasformatori: questo è un valore che esce dal territorio".

A tirare le somme è stato il prof. Morgante, secondo il quale la regione Friuli Venezia Giulia, come l'Italia, "deve trovare il giusto compromesso, puntando sì sui prodotti di nicchia, ma senza dover dipendere da altri Paesi per le principali derrate alimentari. Alcuni pensano – ha concluso – che questi due modelli di agricoltura siano incompatibili; personalmente credo che invece possano procedere e svilupparsi insieme".

Per informazioni su Future Forum 2014:
Camera di Commercio di Udine
Tel: +39 0432 273 532/33
Email: info@friulifutureforum.com

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