Il conflitto in atto in Ucraina segue un biennio di pandemia che già ci aveva costretto a rivedere radicalmente molti aspetti della nostra vita quotidiana; ora un'ulteriore sequela di eventi continua a non darci pace. Da Europei ricchi e colpevolmente inconsapevoli del nostro benessere, abbiamo demandato all'Asia la produzione di beni essenziali, abiurando al ruolo di garante della nostra stessa sopravvivenza in settori strategici. Dai ventilatori alle mascherine (come ci siamo resi conto in epoca di Covid-19), alle materie prime subito dopo, per finire (e speriamo finisca qui!) con il gas, è emersa la nostra dipendenza da Paesi che "non sempre la pensano allo stesso modo nostro", per usare un eufemismo.

Bruno Caggia

Ecco cosa rischia l'Italia concretamente
L'Italia oggi è alla spasmodica ricerca di nuovi fornitori di gas, da cui dipendiamo anche per la produzione di energia elettrica. Sul piano politico, la nostra posizione è in linea con l'Ue da una parte e con la Nato dall'altra. E sul piano della sicurezza alimentare come siamo messi? Cosa rischia il nostro Paese, che per larga parte dipende dall'import di alcune importanti derrate agricole? Ne abbiamo parlato con Bruno Caggia, profondo conoscitore delle dinamiche agricole ed economiche che coinvolgono l'Unione Europea e l'Italia, e Presidente della cooperativa Produttori Associati Citrosol.

La sovranità alimentare è un nuovo tema di confronto?
"La sovranità alimentare europea è possibile e auspicabile - ha esordito Caggia - occorre però rivedere le politiche che, nel corso degli anni, hanno portato in Europa all'abbandono di alcune coltivazioni. L'obiettivo deve essere quello di assicurare che i raccolti all'interno dell'Unione Europea garantiscano gli approvvigionamenti necessari ai Paesi UE, limitando a una percentuale inferiore al 50% l'approvvigionamento dai Paesi Terzi".

"Oggi l'Italia importa oltre il 60% di frumento tenero e circa il 50% di mais - ha aggiunto l'esperto - Pertanto il mercato nazionale è largamente esposto alle turbative del contesto globale. Basti pensare che l'amido del grano e delle patate viene usato anche per produrre carta da imballaggio; una carenza di grano e patate indurrebbe i Governi a decidere di utilizzarlo prevalentemente per l'alimentazione umana e per i mangimi, piuttosto che per la produzione di carta che però sta diventando sempre più in uso per il confezionamento dell'ortofrutta, a discapito della plastica. Una carenza di carta da imballaggio potrebbe comportare l'interruzione delle consegne di alimenti, se non si trovassero delle alternative. Si potrebbe addirittura dover rivedere la politica del Green New Deal in Europa che sta portando, tra le altre cose, pure alla riduzione dell'uso della plastica".

"Occorre quindi che a livello europeo si verifichino i meccanismi di distribuzione delle produzioni interne così da intervenire, incentivando l'aumento della capacità produttiva di alcuni Paesi membri maggiormente vocati alla coltivazione delle colture più necessarie, anche utilizzando gli strumenti della PAC, come per esempio i Programmi Operativi in seno all'OCM-Organizzazione comune di mercato. Anche a livello nazionale è cruciale avviare una discussione per definire una quota minima di autoapprovvigionamento nazionale, che consenta al settore agroalimentare di affrontare con maggiore tranquillità la sempre più frequente volatilità del mercato".

"La sovranità alimentare europea, dunque, rappresenta una novità politica di non poco conto", riassume l'esperto, aggiungendo: "Mi auguro che d'ora in poi si presti più attenzione alle filiere agricole, anche se si tratta di politiche che avranno effetti solo nel medio-lungo termine".

Quali altri ambiti, in agricoltura, assumono una nuova e maggiore importanza di questi tempi?
"Nel breve periodo bisogna prestare molta attenzione alle decisioni che si devono prendere - ha risposto l'intervistato - bisogna calcolare bene i costi di produzione e soprattutto, in primis, valutare bene il rischio di non poter disporre dei mezzi tecnici necessari per coltivare, quali ad esempio i concimi, specialmente quando si coltiva in fuori suolo. Basta un ritardo nella consegna di un concime per determinare una riduzione delle rese in una coltivazione in fuori suolo. I sistemi produttivi attuali sono così sofisticati che risentono facilmente di eventuali crisi nella catena degli approvvigionamenti. Inoltre non è facile calcolare l'incremento dei costi, perché la situazione è in evoluzione, e quindi imprevedibile; in questo momento si può solo fare una stima".

Una valanga di soldi pubblici, chi saprà intercettarli?
Le novità attualmente in discussione dai Paesi dell'UE sono molto "pesanti", a partire dal fatto che la destinazione "ecologica" del 5% dei terreni coltivabili (secondo la nuova PAC) sarà rimandata perché abbiamo bisogno di più terreno da coltivare per l'alimentazione umana e animale, con priorità per i cereali e le coltivazioni proteiche (legumi / soia). Questa dilazione, sebbene importante, almeno per il momento, avrà durata di un anno. Molto più importante, però, è il provvedimento che vuole destinare parte dei fondi PNRR così articolati:

  • 1,5 miliardi di euro per sostenere l'installazione di pannelli fotovoltaici;
  • 1,2 miliardi di euro per l'attuazione dei contratti di filiera e di distretto;
  • 800 milioni di euro per lo sviluppo della logistica;
  • 880 milioni di euro per assicurare una maggiore efficienza dei sistemi irrigui e altro.

"Tutto si gioca su questi stanziamenti - ha osservato Bruno Caggia - qui però il primo problema è semplificare e velocizzare. Serve ad esempio installare il fotovoltaico rapidamente e, mentre il provvedimento sembrerebbe limitato ai tetti dei fabbricati agricoli, bisognerebbe fare di più a cominciare dalle tettoie dei parcheggi, ai tetti delle vasche per l'acqua, dei bacini idrici fino ai terreni agricoli declivi che non sono coltivabili per l'eccessiva pendenza o per la presenza di roccia affiorante. Bisogna dare la possibilità di installare pannelli fotovoltaici, impianti a biomassa, mini eolico ecc ecc, riducendo al minimo le autorizzazioni necessarie. Dal mio punto di vista, non servono superbonus a tutti i costi. Basta un modesto incentivo e lo snellimento della burocrazia e dei vincoli. Tutto ciò, ovviamente, solo se gli impianti vengono fatti dalle aziende agricole per l'autoconsumo e non da società di capitali, fondi di investimento o simili per mera speculazione. Infine, bisogna incentivare l'uso delle batterie di accumulo e l'acquisto dei trattori e delle attrezzature elettriche; i mezzi agricoli infatti vanno caricati prevalentemente di notte".

Caggia, portando alcuni esempi pratici e puntando sull'obiettiva necessità di snellire gli iter autorizzativi, si è detto "ottimista, nonostante il periodo storico piuttosto imprevedibile". Solo le competenze consentiranno il pieno utilizzo degli ingenti finanziamenti pubblici che l'agricoltura italiana ha a disposizione in questo momento, e che possono finalmente segnare quel cambio di passo che le imprese sane chiedono da tempo.

Per maggiori informazioni:
Bruno Caggia
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