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Bilancio di fine anno: le riflessioni dell'imprenditore Leonardo Odorizzi

Preoccupante diminuzione della redditivita' del settore primario

"Nel mercato globale, la concorrenza estera si basa esclusivamente sul prezzo e non sulla qualità dei prodotti". Lo afferma Leonardo Odorizzi (imprenditore con azienda in provincia di Verona), consigliere di Fruitimprese nazionale e di Fruitimprese Veneto, che abbiamo incontrato la scorsa settimana al termine dell'assemblea di fine anno dell'associazione veneta.

La famiglia Odorizzi, fin dal 1952, si occupa di produzioni agricole frutticole destinate alla trasformazione agroindustriale. Dalle aziende agricole, in parte di proprietà di famiglia ed in gran parte di fornitori agricoli storici vengono raccolte le varie produzioni quali mele, pesche, pere, nelle tipologie biologico, baby food e convenzionale.

FreshPlaza (FR): Odorizzi, i mali del settore ortofrutticolo italiano stanno nelle importazioni troppo libertine?
Leonardo Odorizzi (LO): Siamo pressati dalla concorrenza straniera sempre più agguerrita, incardinata esclusivamente su una competizione di prezzo e non di valore. L'export ortofrutticolo mondiale, negli ultimi anni, è stato caratterizzato da un'eccezionale crescita determinata da molteplici fattori. Si pensi alla riduzione delle barriere commerciali, al calo dei costi di trasporto, al potenziamento delle infrastrutture logistiche e distributive. A ciò bisogna aggiungere la riduzione dei tempi di trasporto e il miglioramento delle tecniche di conservazione dei prodotti freschi.


Leonardo Odorizzi circondato dalla "sua" ordinaria burocrazia.

FP: Sullo scenario internazionale quali sono i nuovi competitor?
LO: La Cina ha registrato performance eccezionali, raddoppiando in pochi anni la propria incidenza sul totale dell'export mondiale di frutta fresca. E' anche aumentata la quota di mercato detenuta da Messico e Stati Uniti, mentre al contrario i top esportatori europei quali Spagna, Italia, Belgio e Francia hanno visto ridursi il proprio peso all'interno degli scambi globali di settore.

FP: L'Italia ha però sempre un ruolo di rilievo.
LO: Il nostro Paese compete con la Spagna per la leadership europea. Ha una consolidata vocazione agricola, sebbene il tessuto produttivo sia ancora caratterizzato da una frammentazione che indebolisce la capacità competitiva delle imprese italiane. Nel 2015 il valore della produzione della penisola iberica ha superato di poco quella italiana ed entrambi i Paesi detengono una quota più che doppia rispetto a quella degli altri Paesi vocati all'orticoltura, quali Germania, Polonia e Francia.


Foto d'archivio di un supermercato

FP: Il fattore determinante dei giudizi negativi sulla situazione degli affari correnti va ravvisato principalmente nel protrarsi del calo dei prezzi dei prodotti agricoli?
LO: Sì. Mentre i costi di produzione e commercializzazione sono molto elevati, rispetto a quelli dei paesi concorrenti, i prezzi di vendita continuano a essere molto bassi a causa della debolezza dei consumi alimentari domestici, della moderata domanda estera e dell'abbondante offerta di prodotti. L'insieme di questi elementi determina una preoccupante diminuzione della redditività del settore primario. E' necessario ridurre i costi a carico delle imprese, per renderle competitive al pari di quelle estere, attuare politiche anti-deflazionistiche per rilanciare i consumi, riducendo le tasse e facendo tagli selettivi di spesa, e cambiare l'attuale politica economica europea che frena l'intera ripresa mondiale.

FP: Eppure le potenzialità sono enormi…
LO: E' vero. Se confrontiamo la nostra filiera con quella, tanto reclamizzata, del vino, emergono differenze significative: 8 miliardi di export ortofrutticolo rispetto ai 5,4 del vino, un milione di ettari con destinazione ortofrutta rispetto ai 650.000 dell'uva da vino. Nel nostro Paese, un agricoltore su tre coltiva ortofrutta e presidia il territorio, specie nelle aree collinari. Il nostro è uno dei pochi settori a presentare un saldo della bilancia commerciale strutturalmente in attivo, grazie a un valore delle esportazioni che supera quello degli acquisti dall'estero. L'ortofrutticolo, al pari del vitivinicolo, si configura, pertanto, come un comparto strategico per la nostra economia. La circostanza aggrava la responsabilità dei Governi, che dagli anni '70 dello scorso secolo ad oggi si sono distinti per inefficienza e incapacità. I risultati che abbiamo evidenziato sono esclusivamente attribuibili alle capacità imprenditoriali dei vari soggetti della filiera.

FP: Cosa si aspetta dal 2017?

LO: In ragione della confusa situazione politica italiana, sul fronte interno non ho alcuna aspettativa di miglioramento. Spero, però, che su quello internazionale vi sia una svolta positiva dovuta alla ripresa del dialogo tra Stati Uniti, Unione Europea e Russia. Per l'Europa e per l'Italia è di vitale interesse mantenere stabili rapporti di cooperazione e intesa. La guerra commerciale scatenata dalle sanzioni ha fatto crollare le esportazioni del Made in Italy al loro minimo da almeno un decennio, con una perdita complessiva stimata ormai in oltre 10 miliardi. Le contromisure russe alle sanzioni europee hanno interrotto bruscamente una crescita travolgente delle esportazioni agroalimentari italiane che nei cinque anni precedenti al blocco erano più che raddoppiate in valore (+112%).

FP: Come vede l'evolversi della Grande distribuzione?
LO: Analizzando anche gli ultimi bilanci delle principali catene distributive, colpisce il numero di punti vendita che in Italia ha superato quota 5000 solo nella fascia Discount. Un'altra importante catena tedesca sta per dare il via ad una massiccia campagna di conquista sul territorio italiano e pare che si possa arrivare a 6000 punti vendita. Ma se da un lato i fatturati della GDO sono ancora in aumento - probabilmente merito della corsa all'apertura dei nuovi negozi - dall'altro le marginalità sono in calo del 17% a fronte degli investimenti che crescono e superano il 7% del fatturato.


Foto d'archivio di un supermercato

FP: E' preoccupato di questa tendenza?
LO: Credo siamo tutti d'accordo se sostengo che questa corsa al nuovo punto vendita e all'offerta sempre più stracciata la paghiamo noi fornitori a suon di scontistiche e promozioni. E, comunque, già più di una catena si è trovata in panne, trovandosi costretta a licenziare o a liquidazioni concorsuali. Ormai si lavora 9 mesi su 12 per accontentare le richieste di promozioni della Gdo. La qualità viene data per scontata, e quasi mai conteggiata nel prezzo di acquisto.

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