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Uve seedless: il cambiamento è in atto

Le aziende hanno un'enorme influenza nel modellare la domanda dei prodotti, ma i veri protagonisti del mercato rimangono i consumatori, i quali, in base ai propri gusti, sono in grado di cambiare le tendenze di consumo in un tempo relativamente ridotto. Questo accade in ogni settore merceologico, compreso quello ortofrutticolo.

Ad esempio, negli ultimi anni si sta registrando un aumento significativo della domanda di uva da tavola seedless. Poco importa quale sia la varietà e il colore, purché i grappoli siano dolci, croccanti e senza semi. Ne abbiamo parlato con Donato Fanelli, imprenditore pugliese e membro della Commissione Italiana Uva da Tavola.

Donato Fanelli

"Tale andamento di consumo non riguarda solo l'Italia, ma l'intera Europa. Il nostro Paese si sta uniformando a questo importante cambio di passo, anche perché l'uva da tavola è il secondo prodotto più esportato dopo le mele. La stagione 2022 sarà caratterizzata da una crescita dei quantitativi relativi alle varietà senza semi, grazie all'entrata in produzione di nuovi impianti e ai maggiori volumi raccolti attesi dalle piante già in produzione. Secondo le previsioni, nei prossimi anni le superfici coltivate a uve seedless supereranno quelle delle cultivar tradizionali. In tutti i principali areali di produzione (Puglia, Sicilia e Basilicata), adesso i nuovi impianti sembrano riguardare solo varietà senza semi. Gli agricoltori, vedendo che la domanda per le diverse varietà di uva con semi è in costante calo, preferiscono investire su quelle apirene".

"Al momento, il 60% degli ettari seedless messi a dimora riguarda varietà bianche, mentre la restante parte viene rappresentata equamente dalle uve rosse e nere, con un calendario di maturazione che va da luglio a tutto novembre. Le scelte di acquisto quotidiane delle famiglie vanno dunque verso le varietà senza semi, soprattutto per la comodità di consumo, tanto che alcune catene della Gdo hanno eliminato dal proprio catalogo le uve con semi già dallo scorso anno.  Preferenze che tendono ancora ad aumentare per quelle imprese che coltivano in biologico".

"Se da una parte è vero che le apirene stanno godendo di una certa popolarità, dall'altra è anche giusto ribadire che c'è ancora molta confusione varietale, sia per l'agricoltore sia per il consumatore finale. Importante è la selezione e l'individuazione delle cultivar più performanti. Si fa fatica a indirizzare l'azienda verso la giusta varietà da mettere a dimora, ideale per il luogo di produzione e per le proprie esigenze di mercato. Un passaggio fondamentale per lo sviluppo di queste varietà sarà quello di legarle al territorio in cui vengono davvero coltivate, in modo da ottenere un'identità e quindi poter finalmente avere delle uve apirene made in Italy". 


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