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La riflessione di un produttore

Crisi del comparto serre: "I nostri errori e quelli degli altri"

"Per noi serricoltori, i costi di produzione lievitano sempre di più. L'ultima mazzata che, e c'è da crederci, non sarà certamente l'ultima, è rappresentata dall'aumento di plastiche, concimi e altre forniture per l'agricoltura, che faranno lievitare di un 30% i costi di produzione". Lo afferma Giovanni Chianta, produttore in coltura protetta che amministra la pagina facebook "Coltivazioni in serra, tunnel e campo aperto", con 6249 iscritti.

Fonte foto gruppo Coltivazione in serra

"La serricoltura italiana è in crisi da decenni - afferma Chianta - e l'agricoltura non è un settore come tutti gli altri, perché i rischi per l'impresa sono infinitamente più elevati rispetto a qualsiasi altro settore. Il fattore climatico è determinante: il maltempo, quando non distrugge completamente i raccolti, incide pesantemente sulla produttività. Le fitopatologie non fanno meno danni: a quelle già conosciute, si sono aggiunti nuovi virus capaci di devastare interi raccolti come il New Delhi virus delle cucurbitacee oppure il terribile Tomato Brown, che devasta le piantagioni di pomodoro. Spesso, non si arriva nemmeno a raccogliere. La crisi del settore, naturalmente, non è determinata dagli aumenti, dal clima o dalle fitopatologie, ma da diversi altri fattori. 

Fare auticritica
Secondo Chianta, uno dei maggiori problemi è "L'incapacità di fare rete, gruppo, sistema. Abbiamo troppe piccole o piccolissime aziende male organizzate nella produzione e, per nulla, nella distribuzione del prodotto. Incapacità che avvicina lo 'sciacallo' al produttore.
Spesso diciamo che tutti i nostri problemi derivano dalla 'crudeltà' della GDO. Ecco, loro, semplicemente, 'lucrano' sulla nostra inefficienza.

Se i produttori fossero organizzati in coop vere e serie, potrebbero diventare loro stessi distributori. Una GDO che non ha bisogno di plusvalenze perché il produttore sarebbe anche il distributore finale. Come fare? Beh, non è semplice. Però l'idea sarebbe quella di creare una rete di mercatini gestiti direttamente dai produttori. Questo è un modello difficile da attuale, ma vincente perché si passerebbe dall'esser schiavi di un sistema a essere il sistema".

Gli errori altrui
"Negli anni '90 - prosegue Chianta - qualcuno ha creduto che l'agricoltura italiana dovesse esser svenduta in nome della globalizzazione. L'Ue, nel corso degli anni, anziché proteggere la propria produzione, ha favorito quella altrui. Basterebbe leggere gli accordi commerciali stipulati tra Ue e diversi paesi extraeuropei. Nella sostanza, in cambio di favori su altri settori di produzione o servizi, l'Ue ha svenduto la propria produzione ortofrutticola. Subiamo una concorrenza senza nessuna logica, assolutamente sleale. Per questi motivi, anche se ci organizzassimo meglio, faremmo comunque fatica a esistere e resistere in queste condizioni e a queste condizioni".

"E quindi? Da tempo sostengo che, a livello europeo, si debba cercare un dialogo con le istituzioni europee, affinché capiscano che l'import-export va regolamentato sia tra Stati europei, con una gestione mirata degli scambi sia, a maggior ragione, con i Paesi extraeuropei attraverso i dazi. In questa fase così complicata, e per le ragioni sopra elencate, l'Italia dovrebbe salvaguardare i propri produttori e la propria produzione, senza se e senza ma. Nell'immediato, servono azioni concrete per porre un rimedio agli aumenti. La defiscalizzazione e decontribuzione per le imprese agricole, per un periodo, e la salvaguardia della produzione interna", conclude l'agricoltore.


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