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Gruppo di ricerca per riscoprire i pregi delle varieta' di carciofo autoctono siciliano

"La necessità di un mercato sempre più allargato e attento alle molteplici richieste dei consumatori ha spinto negli ultimi anni le aziende cinaricole siciliane a diversificare la gamma di varietà coltivate, mettendo però a rischio di estinzione il germoplasma locale. Oltre ai tipi varietali di più affermata coltivazione, sussistono infatti diversi ecotipi di carciofo a diffusione talvolta estremamente limitata e il cui prodotto viene destinato prevalentemente all'autoconsumo e/o ai mercati locali". A dirlo è Giovanni Mauromicale, docente presso il dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A) dell'Università di Catania che, assieme a un gruppo di ricerca, ha affrontato il tema.

Il carciofo italiano, che interessa circa 40mila ettari, risulta una coltura dal rilevante significato economico. Se, da una parte, c'è un crescente interesse del mercato estero, soprattutto grazie all'elevato valore nutraceutico del carciofo, dall'altra si assiste a una crescente concorrenza da parte del Nord Africa.

"Nell'ottica di salvaguardare i carciofi autoctoni dal rischio di estinzione - spiega Mauromicale (qui in foto) - l'Università di Catania ha allestito e conservato una collezione di ecotipi siciliani per monitorarne le caratteristiche morfo-biometriche, al fine di selezionare le accessioni in grado di rendere più redditizia la coltivazione del patrimonio genetico locale. Alcuni anni fa, infatti, è stato avviato un programma di reperimento di germoplasma di carciofo coltivato in orti familiari siciliani, che ha portato all'individuazione di 24 siti di raccolta localizzati ad un'altitudine compresa tra 12 e 1000 metri sul livello del mare. Per ogni accessione (oltre 20), i carducci raccolti sono stati trapiantati nel campo allestito presso l'azienda agraria sperimentale dell'Università di Catania".

Il gruppo di lavoro, formato da Mauromicale e dai ricercatori Sara Lombardo, Gaetano Pandino, Alessia Restuccia, Aurelio Scavo e Roberto Pesce, nel corso degli anni ha condotto le cure colturali in accordo con le consuetudini locali e seguendo criteri di uniformità per tutte le parcelle.

Nelle annate agrarie 2013/14 e 2014/15, i capolini prodotti sono stati raccolti in corrispondenza della "maturazione commerciale", al fine di valutare le seguenti variabili morfo-biometriche: peso fresco del capolino intero, del ricettacolo e dello stelo fiorale; diametri longitudinale e trasversale del capolino; diametro e lunghezza dello stelo fiorale; peso secco delle diverse frazioni del capolino (brattee, ricettacolo e stelo fiorale).

"Sulla base dei risultati ottenuti - ha spiegato Lombardo, ricercatrice presso il Di3A (nella foto accanto) - è emerso come gli ecotipi allo studio presentino un'ampia variabilità morfo-biometrica, essendo apparsi assai differenziati sotto il profilo ponderale, così come per la forma del capolino e l'incidenza percentuale della frazione edule. In riferimento al biennio di valutazione, è stato possibile osservare una forte influenza dell'andamento meteorologico stagionale sulle caratteristiche morfo-biometriche di ciascuna accessione. Ciò suggerisce l'opportunità di approfondire la valutazione morfo-biometrica del germoplasma collezionato anche in ambienti diversificati sotto il profilo pedoclimatico. In futuro, appare quanto mai opportuno procedere all'ulteriore caratterizzazione chimico-nutrizionale degli ecotipi locali, al fine di promuoverne una più proficua destinazione d'uso".


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