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La moria del kiwi esprime un patobioma

La moria del kiwi è malattia complessa. Piogge o irrigazioni eccessive in terreni compattati dal passaggio di macchine potrebbero creare condizioni di asfissia temporanea attivando clostridi (batteri Gram+, anaerobi) in grado di esprimere probabilmente fattori di patogenicità inducenti nelle piante la sindrome di moria, come indicato dal dott. Scortichini che ha indagato con successo il ruolo eziologico di clostridi (Cfr. Freshplaza del 14/01/2020).

Zone di moria in un frutteto

L'ipotesi di indagare agenti anaerobici per la moria del kiwi è stimolante e innovativa. Di fatto, le ricerche eziologiche in fitobatteriologia (e non solo) si rivolgono comunemente a potenziali agenti in ambiente aerobico. Non mancano, però, malattie dove nella patogenesi è stato riconosciuto un ruolo determinante di clostridi. L'interesse per batteri anaerobi deriva dalla opinione diffusa, tra agricoltori e tecnici, che la comparsa della moria possa essere in qualche modo conseguenza dell’eccesso di acqua in certi momenti nel terreno.

Di fatto, eccessi temporanei di acqua di pioggia o di irrigazione possono far decrescere la concentrazione di ossigeno nel terreno fino a indurre ipossia (bassa concentrazione in terreno saturo) e, perdurando l'eccesso (es. ristagni, allagamenti), anossia (concentrazione nulla). L'effetto è più spiccato in terreni compatti e nel periodo giugno-settembre, quando in molti terreni a profondità esplorata dalle radici più sottili si hanno le più alte concentrazioni annuali di ossigeno. In anossia può aversi sviluppo di microrganismi sia anaerobi sia anaerobi facoltativi. Naturalmente, la transizione da normossia a ipossia e infine ad anossia avviene con gradualità.

Nelle radici, le parti terminali sottili sono più sofferenti per la minore disponibilità locale di ossigeno, sia per il fabbisogno conseguente alla attività dei meristemi apicali, sia per il minore sviluppo locale degli spazi intercellulari. Nel tempo di passaggio tra normossia e anossia, sia la pianta sia i microrganismi della rizosfera e gli endofiti radicali hanno possibilità di adattamento. Per la pianta, si altera il metabolismo energetico e dei regolatori di crescita con segnali locali e sistemici condizionanti l’efficienza del sistema immunitario; per i microrganismi, possono modificarsi le interazioni reciproche in rapporto alle differenti capacità di adattamento allo stress. La ipoxia, ad esempio, non nuoce alla crescita del micelio delle fitoftore, ma compromette seriamente la vitalità delle loro zoospore.

A basse concentrazioni di ossigeno, l'equilibrio di normossia tra pianta e il proprio microbioma può venir meno e può instaurarsi lo stato di malattia se un suo componente nella condizione mutata riesce ad esprimere fattori di patogenicità, in presenza di una mancata capacità della pianta di attuare le usuali ed efficaci barriere di difesa. Tutti i microrganismi del microbioma concorrenti all'insorgere della malattia e alla sua patogenesi vengono a costituire ciò che la moderna medicina definisce patobioma. La moria del kiwi può pertanto essere interpretata come stato patobiotico condizionato da uno stress ambientale prevalente: perdurante scarsa disponibilità di ossigeno alle radici.

Marciume delle radici più sottili è infatti il sintomo che si riscontra nelle piante, in tutti gli stadi della moria. Piante sane hanno capacità di resistere temporaneamente anche alla anossia (es. allagamenti). Si è notato, però, che piante di avocado allagate sono più sofferenti rispetto ai controlli in presenza di fitoftore sulle loro radici. Ciò indica che la natura dei componenti del microbioma può condizionare la capacità di adattamento alla mancanza di ossigeno. Nella moria del kiwi, in diversi ambienti potrebbero svolgere un ruolo importante i microrganismi della rizosfera e/o quelli endofiti sia delle radici che dei tronchi. I benefici arrecati da endofiti a piante arboree nei confronti di stress biotici e abiotici sono noti e di attualità.

In Veneto e in Piemonte, costantemente associati ai marciumi radicali della moria, sono stati trovati oomiceti (Phytophthora, Pythium, Phytopythium), la cui patogenicità è stata accertata sperimentalmente. Ciò indica che oomiceti potenzialmente patogeni siano coinvolti nella moria in molte situazioni; così come è stato evidenziato per i clostridi.

Pur riconoscendo i meriti di coloro che hanno finora contribuito (talora volontariamente) a meglio conoscere la vera causa della moria, l'indagine eziologica dovrebbe essere rivolta al patobioma delle piante affette da moria e non, di volta in volta, a singoli potenziali patogeni.L'odierna metodologia omica consente di identificare contemporaneamente tutti i principali componenti microorganici di un consorzio patobiotico; lo studio sul deperimento acuto delle querce (Acute Oak Decline) in Inghilterra può essere modello esemplare (Broberg M. et al.,2018, Microbiome 6:21); la gravità del deperimento e la ultradecennale incertezza eziologica rendono questa malattia delle querce proprio assimilabile alla moria del kiwi.

Riconoscendo componenti microorganici nella moria diviene inevitabile fare riferimento per la lotta anche a interventi biologici per modificare favorevolmente il microbioma ovvero il consorzio di microrganismi viventi associati alle piante. Applicazioni di rizobatteri utili e/o di micorrize alle radici, iniezione nei giovani fusti di batteri endofiti selezionati sono fattibili sia durante la permanenza in vivaio, sia al momento dell’impianto. L'uso di portainnesti resistenti è, in certo qual modo, un intervento che potrebbe anche alterare favorevolmente la composizione microbica della rizosfera. Naturalmente, la messa a punto di questi interventi richiede accurata e paziente sperimentazione.

Per ulteriori informazioni:

Umberto Mazzucchi, ex Professore Ordinario di Patologia Vegetale presso l'Università di Bologna e Docente in carica al Master di Difesa del Verde Ornamentale di Imola.

Email: umberto.mazzucchi@fastwebnet.it; umberto.mazzucchi@unibo.it


Data di pubblicazione:



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