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Ripartire dalla trasparenza per la lotta allo sfruttamento nella filiera agricola



Si chiama progetto #FilieraSporca e intende sollecitare istituzioni e imprese per ribadire che non si può "nutrire il pianeta" sfruttando il lavoro e l'agricoltura. Promossa dalle associazioni Terra! Onlus, daSud e terrelibere.org, la campagna #FilieraSporca ha l'obiettivo di ricostruire il percorso dei prodotti agroalimentari dal campo allo scaffale del supermercato.

Secondo i promotori di questa iniziativa, al cuore di molte filiere dell'agroalimentare si nascondono passaggi poco trasparenti, dominati da un ceto di intermediari che accumula ricchezza, organizza le raccolte usando i caporali, determina il prezzo, impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni, causa la povertà dei migranti e nega loro un'accoglienza dignitosa.

#FilieraSporca propone pertanto la trasparenza delle filiere agroalimentari - dalla Grande distribuzione organizzata alle multinazionali - attraverso l'introduzione di una etichetta narrante e l'elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni chiare permettono ai consumatori di scegliere prodotti "slavery free", cioè privi di sfruttamento.

Dallo scorso 24 giugno è online il Rapporto 2016 che ha preso in esame in particolar modo la filiera delle arance, sia da consumo fresco, sia per la trasformazione in succo.


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Un elemento interessante che emerge dal Rapporto è proprio quello legato alla trasparenza da parte dei grandi operatori della distribuzione al dettaglio: catene di supermercati e multinazionali sono state tutte interpellate ai fini della redazione del Rapporto #FilieraSporca2016 a maggio.


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Ne emergono gradi diversi di disponibilità a rispondere al questionario: a distinguersi in positivo sono la catena Coop Italia, insieme a Auchan SMA, PAM e, seppure in percentuale inferiore, Esselunga. Tra le multinazionali, l'unica a essersi sentita in dovere di rispondere al questionario è stata la Coca Cola (vedasi grafico sottostante - clicca qui per un ingrandimento).



La catena Conad, inizialmente dichiaratasi "non molto interessata a questo tipo di operazioni", ha successivamente inviato anch'essa le proprie risposte al questionario (riportate in appendice al Rapporto).

I promotori scrivono: "Nel questionario chiedevamo alle aziende di indicarci la lista dei fornitori e dei subfornitori di arance in Sicilia e in Calabria; di conoscere come viene gestito il trasporto della merce dai magazzini siciliani alle piattaforme della Distribuzione; di specificare la politica dei prezzi adottata; e di indicare quali sono le politiche aziendali e di certificazione mirate a verificare la condotta dei fornitori nei confronti dei lavoratori. Abbiamo apprezzato la disponibilità delle aziende della GDO che hanno risposto e ne abbiamo dato conto in questo rapporto, pubblicando i dati. Resta la preoccupazione forte rispetto alla noncuranza con cui le altre hanno deciso di non rispondere, pur sollecitate diverse volte. Un pessimo segnale di accountability nei confronti dei propri clienti per cui chiediamo quanto prima risposte chiare".

Prima ancora di chiederci in che modo rendere "cool" l'offerta di frutta e verdura a scaffale, forse bisognerebbe renderci conto che c'è un problema molto più grosso, che rischia di giocare la parte del classico elefante nella cristalleria, distruggendo senza appello il modo in cui viene percepita, valutata e giudicata la filiera agroalimentare italiana nel suo complesso, a livello nazionale e internazionale.

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