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Anteprima Rapporto Coop 2022

Italiani e rincari: no a compromessi nelle scelte alimentari

Dopo la pandemia, gli italiani si trovano, di nuovo, sconvolti da guerra e inflazione. Le tre variabili insieme creano una tempesta perfetta e proiettano il Paese verso un pericoloso nuovo mondo. Presi dalle difficoltà economiche, gli italiani si adattano ripartendo da se stessi e risparmiando come si può. Con un nuovo mantra però: nessuno tocchi il loro cibo.

Così Albino Russo (nella foto sotto), direttore generale ANCC COOP, in occasione dell'anteprima digitale del "Rapporto Coop 2022 - Consumi e stili di vita degli italiani di oggi e di domani", tenutasi ieri 8 settembre.

La tempesta perfetta non poteva risparmiare la filiera del cibo, dove l'inflazione picchia ancora più duramente, seppur meno che in altri Paesi europei (in Italia un +10% a fronte del +13,7% della Germania).  In queste stesse nazioni già si registrano i primi cali nei volumi di vendita che la calda e lunga estate italiana ha per il momento frenato, complici le temperature e il turismo.

Eppure, in modo anche sorprendente, la spending review già in essere da parte degli italiani si concentra su altri comparti, ma non tocca per il momento il cibo: nonostante l’aumento dei prezzi, in 24 milioni e mezzo non sono disposti a scendere a compromessi nelle loro scelte alimentari, e nei prossimi mesi prevedono di diminuire la quantità, ma non la qualità, del loro cibo.


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Ritorna anche il cooking time, sperimentato in lockdown: si passa più tempo nella preparazione dei pasti, ci si impegna a sperimentare nuovi piatti. Il carrello non è più la miniera da cui attingere per finanziare altri consumi, ma un fortino da proteggere rinviando invece quel declassamento degli acquisti cui si era ricorso in altri momenti di crisi.

Non si rinuncia soprattutto al cibo più sobrio e basico, senza orpelli e sovrastrutture. L'italianità e la sostenibilità sono gli elementi imprescindibili che erodono mercato ad altre caratteristiche, in passato maggiormente considerate. In calo il cibo gourmet, il ready-to-eat, il biologico e l'etnico.


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Gdo italiana: si profila un futuro denso di incognite
Il 2022, e forse ancor di più il 2023, potrebbero essere gli anni più difficili della storia della Grande distribuzione organizzata in Italia. Da un lato, infatti, le imprese retail devono fare i conti con l’eccezionale rincaro dei listini industriali e l'esplosione del caro energia. Dall’altro dalle difficoltà della domanda finale e dalla necessità di attutire l’effetto sulla capacità di acquisto del consumatore. Ad oggi, infatti, i prezzi dei beni alimentari venduti dall’industria alle catene della Gdo sono cresciuti del 15% rispetto allo scorso anno (var % tendenziale luglio-agosto 2022-2021), mentre l’inflazione alla vendita nello stesso periodo ha fatto segnare un valore di poco superiore al +9% (il differenziale fra il prezzo all’acquisto e quello alla vendita segna un -5,7% a tutto svantaggio della grande distribuzione).

A schizzare in alto sono soprattutto i prezzi all’acquisto dei prodotti basici, così l’olio di semi segna un +40,9%, quello di oliva un +33,1% e ancora la pasta (+30,9%, la farina +25,4%). Contemporaneamente, dopo lo tsunami energia che si è abbattuto anche sulla Grande distribuzione, i costi energetici si moltiplicheranno almeno per tre volte, raggiungendo nel 2022 una incidenza del 4,7% e del 5,2% nel 2023 (nel 2019 valevano l’1,7% del fatturato sulla base dei futures sull’energia).


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Questo drammatico incremento dei costi è tanto più preoccupante se si considera che il retail alimentare è un settore strutturalmente a bassa redditività, dove piccole variazioni dei margini possono seriamente compromettere la tenuta dei conti economici. 

Per il resto, seppur il 2022 registri per la Gdo un lieve ritorno alle espansioni delle superfici, per lo più a discapito dei punti vendita di prossimità, è il discount a registrare ancora una volta la maggiore crescita. Prosegue, invece, il declino del formato dell'ipermercato.

L'e-grocery sembra aver perso quella spinta propulsiva, peraltro drogata dal lockdown, e si mantiene su quote molto basse soprattutto se paragonate al resto d’Europa: nel 2021 si attesta su un 2,9%, con previsioni 2030 che non superano il 6% a fronte di ben altro dinamismo in casa degli inglesi (dal 12 al 19%) o dei francesi (dall’8,6 al 16%).


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