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L'avvocato Roveda spiega i cambiamenti con la nuova legge

Sostenibilità: servono fatti, non... parole vuote e senza concretezza

Con il d.lgs. 20 febbraio 2026, n. 30, anche in Italia si stringono le maglie sulla comunicazione ambientale rivolta ai consumatori. Per il settore ortofrutticolo, il tema è tutt'altro che marginale: packaging, etichette, sito internet, brochure commerciali e materiali promozionali sono ormai pieni di richiami alla sostenibilità, ma da settembre non basteranno più formule suggestive o troppo generiche. Il decreto è entrato in vigore il 24 marzo 2026 e le nuove regole si applicheranno dal 27 settembre 2026. Ne parliamo con l'avvocato Gualtiero Roveda, consulente in compliance normativa.

Freshplaza (FP): In concreto, cosa cambia per le imprese ortofrutticole?
Gualtiero Roveda (GR): Cambia il modo di comunicare. Non significa che non si possa più parlare di sostenibilità, ma che occorrerà farlo con maggiore precisione. Sarà ancora possibile valorizzare, ad esempio, una riduzione della plastica, l'uso di materiale riciclato, un minore impatto in una fase della filiera o investimenti specifici sul piano ambientale. Però il messaggio dovrà essere chiaro, circoscritto e coerente con ciò che l'impresa è davvero in grado di dimostrare.

L'avvocato Gualtiero Roveda

FP: Parole come "green", "eco" o "sostenibile" diventano proibite?
GR: Non in assoluto. Diventano però pericolose quando restano vaghe. Il nuovo quadro colpisce proprio i claim ambientali generici, cioè quelli che evocano un pregio ecologico senza spiegare bene in cosa consista o senza una base seria e verificabile. In altre parole, il problema non è la parola in sé, ma l'effetto che produce se usata in modo troppo ampio o suggestivo.

FP: Qual è il rischio più frequente per il nostro settore?
GR: Il rischio classico è allargare troppo il messaggio. Se, per esempio, il beneficio ambientale riguarda solo l'imballaggio, non si può lasciare intendere che l'intero prodotto sia per questo "ecologico" o che tutta l'azienda sia "sostenibile". Una cosa è dire che la confezione contiene materiale riciclato; altra cosa è trasformare quel dato in un giudizio complessivo sul prodotto o sull'impresa. Ed è proprio questo uno dei punti su cui il decreto interviene con maggiore decisione.

FP: E per bollini, simboli e richiami grafici?
GR: Anche qui serve prudenza. Nel packaging ortofrutticolo il messaggio non passa solo dalle parole, ma anche da loghi, foglioline, colori, icone e segni grafici che possono suggerire al consumatore un pregio ambientale. Se quel messaggio richiama una vera etichetta di sostenibilità, il riferimento deve poggiare su un sistema di certificazione o su una base pubblica riconosciuta. Insomma, non basta "dare l'impressione" di sostenibilità: occorre poterne indicare il fondamento.

FP: Capitolo CO2: si potrà ancora parlare di neutralità climatica?
GR: Qui il legislatore è stato particolarmente severo. Non sarà possibile presentare un prodotto come neutro o positivo per il clima semplicemente perché le emissioni sono state compensate. Questo non impedisce di comunicare iniziative ambientali o progetti di compensazione, ma impedisce di usarli per attribuire al prodotto un'aura di neutralità climatica che la norma considera fuorviante se fondata solo su quel meccanismo.

FP: La sostenibilità, quindi, diventa un terreno scivoloso?
GR: Più che scivoloso, diventa un terreno che richiede disciplina. Le imprese che lavorano bene, raccolgono dati, documentano i risultati e usano claim misurati non hanno nulla da temere. Anzi, potranno distinguersi meglio. Quelle che invece puntano su formule generiche, assolute o troppo enfatiche dovranno rivedere il proprio linguaggio. In un comparto come l'ortofrutta, dove fiducia, reputazione e trasparenza contano moltissimo, anche il modo di parlare di ambiente diventa parte della qualità dell'offerta.

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