Il settore del biologico in Italia si conferma un comparto in salute, caratterizzato da una crescita costante in termini di volumi, valore e superfici coltivate. Dalla tavola rotonda tenutasi nel corso della prima sessione di Rivoluzione Bio, tenutasi ieri 23 febbraio 2026 presso BolognaFiere, è emerso chiaramente che il biologico ha superato la fase di "settore di nicchia" per diventare un pilastro strategico del made in Italy agroalimentare, capace di coniugare qualità eccellente, tracciabilità e sostenibilità ambientale.
Dal dibattito sono scaturiti alcuni punti chiave che delineano le prospettive e le criticità del settore biologico italiano. In primo luogo, l'introduzione del Marchio Biologico Italiano (vedi news correlata) si configura come uno strumento imminente e strategico per rafforzare la fiducia dei consumatori e valorizzare l'identità nazionale sui mercati esteri. Sul piano politico e finanziario, il comparto ha già superato gli obiettivi fissati dal Green Deal in termini di superfici coltivate a biologico (25%), ma resta fondamentale presidiare e indirizzare con efficacia le risorse della Politica Agricola Comune e del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Centrale è poi l'emergenza semplificazione: la burocrazia rappresenta oggi il principale ostacolo allo sviluppo, soprattutto per le piccole e medie imprese e per le aziende delle aree interne. A ciò si aggiunge la sfida del reddito e della filiera, con la necessità di garantire una distribuzione più equa del valore lungo tutta la catena produttiva per tutelare la sostenibilità economica degli agricoltori, messi alla prova dai cambiamenti climatici e dall'aumento dei costi. Infine, appare imprescindibile investire in innovazione e ricerca, puntando su biocontrollo, digitalizzazione e nuove tecniche di miglioramento genetico, come il biobreeding, per mantenere e rafforzare la competitività del settore.
© Maria Luigia Brusco | FreshPlaza.itDa sinistra: Francesca Romana Barberini (moderatrice evento, Food&Wine reporter), David Granieri (Coldiretti), Cristiano Fini (CIA - Agricoltori Italiani), Nicoletta Maffini (AssoBio), Luigi D'Eramo (Sottosegretario Politiche agricole con delega al biologico), Maria Grazia Mammuccini (FederBio), Barbara Nappini (Slow Food) e Francesco Torriani (Confcooperative)
Secondo Luigi D'Eramo, Sottosegretario Politiche agricole con delega al biologico, il nuovo Marchio Biologico Italiano non deve essere solo un bollino commerciale, ma uno strumento di storytelling che leghi il prodotto alla cultura e alla storia del territorio di origine. "Racconterà quale è la forza del prodotto biologico italiano, cosa c'è dietro ogni confezione in termini di storia, di tradizione, di cultura, ma anche quali e quante bellezze artistiche, architettoniche e paesaggistiche ci sono dietro quel singolo prodotto bio".
Maria Grazia Mammuccini, presidente FederBio, si è soffermata sul paradosso burocratico sulla ricerca. La presidente ha denunciato come le normative attuali ostacolino l'innovazione "naturale", equiparando i tempi di approvazione di sostanze naturali innocue a quelli della chimica di sintesi, rallentando così lo sviluppo del biocontrollo. "Oggi io faccio sempre un esempio: per una molecola di sintesi chimica ci vuole lo stesso tempo che per registrare un estratto d'aglio".
Sull'unità della filiera come risposta alla crisi, Nicoletta Maffini, presidente AssoBio, ha dichiarato che di fronte al calo del potere d'acquisto e all'inflazione, nessuna singola parte della catena (produttori, trasformatori, distributori) possa salvarsi da sola, rendendo vitale l'aggregazione. "La leva principale è fare sistema: la filiera agricola, gli allevatori, ma anche i trasformatori".
"Sul pianeta vanno a braccetto spreco e fame", ha ricordato Barbara Nappini, presidente Slow Food, sottolineando che "nel 2026 ancora quasi un miliardo di persone non ha regolare accesso al cibo". Nappini ha inoltre offerto una visione culturale e politica, legando l'agricoltura alla preservazione del paesaggio e alla giustizia sociale.
Sul tema della pressione insostenibile dei controlli, Cristiano Fini, presidente CIA - Agricoltori Italiani, pur riconoscendo la necessità di regole, ha criticato aspramente le modalità di controllo attuali, chiedendo sistemi più intelligenti che non soffochino l'operatività quotidiana delle aziende con carte e ispezioni ridondanti. "È bene che le regole vadano fatte rispettare, ma noi non possiamo e non dobbiamo continuare a 'vessare' di burocrazia inutile le imprese".
David Granieri, vicepresidente nazionale Coldiretti, si è concentrato sulla difesa del valore aggiunto italiano e sulla concorrenza sleale legata all'etichettatura e all'import. Ha attaccato le pratiche di etichettatura che permettono di mascherare l'origine della materia prima, permettendo a prodotti importati di fregiarsi di un'identità italiana solo perché trasformati in loco, danneggiando i veri produttori bio nazionali. "Se anziché scrivere materia prima importata dalla Germania e trasformata in Italia, scrivo materia prima Ue e prodotto in Italia, quella è un'erosione del valore aggiunto che le aziende agricole biologiche perderanno".
Infine, Francesco Torriani, presidente settore biologico di Confcooperative, ha affrontato il tema del cambio di paradigma negli investimenti, chiudendo con una provocazione pragmatica: l'agricoltura non ha bisogno di più macchinari (trattori) se non c'è una struttura economica solida dietro. I fondi devono servire a costruire sistemi organizzati e gestire dati, non solo a comprare "ferro". "Se dovessi tradurre tutto questo in uno slogan: meno soldi per acquistare trattori, più soldi per finanziare progetti, processi, filiere".