"L'ordine internazionale sorto alla fine della II Guerra Mondiale è terminato. Oggi siamo in mezzo a un guado e questo ci aiuta a capire le difficoltà e le paure odierne. Ma non scoraggiamoci. Con la fine dell'ordine internazionale, il multilateralismo oggi non funziona più ed è stato sostituito dal multipolarismo. Con multipolarismo si intende la presenza di molti poli di sviluppo, mentre multilateralismo fa riferimento alle regole della governance a livello mondiale". È solo uno dei passaggi di attualità affrontati dall'economista Stefano Zamagni, docente in più Università a livello mondiale, intervenuto la scorsa settimana al l Convegno Fiscale 2026 di Consulenzaagricola.it a Milano Marittima (Ravenna).
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Zamagni ha condiviso una chiave di lettura sulla situazione geopolitica mondiale odierna, declinandola nell'aspetto che più interessava alla platea, cioè le conseguenze per il mondo agricolo. "La domanda che emerge oggi – ha proseguito Zamagni - è se si possa pensare, in prospettiva ravvicinata, a uno Stato di Diritto internazionale con regole diverse rispetto a quelle appena lasciate, ma vincolanti. La risposta è sì, è possibile, ma a una condizione: che ci si liberi dalla matrice etica 'utilitaristica'. Faccio una premessa: diffidate sempre da chi usa la parola etica senza qualificarla. E tre sono gli ambiti di qualificazione: utilitarismo (tipicamente anglosassone), deontologista (dovere), e infine virtù (è la più antica, nata con Aristotele e poi perfezionata da Tomaso D'Acquino e altri), tipica dell'Italia".
"Nel 1944, l'ordine internazionale nacque seguendo l'etica utilitaristica. Infatti, di fronte ai fatti recenti del Venezuela, Trump ha commentato di aver agito sulla spinta della sua etica utilitaristica. Secondo questa etica, si fa solo ciò che conviene a livello ristretto. L'utilitarismo è figlio della matrice anglosassone ed è cresciuto negli Stati Uniti (mentalità protestante). Ma in Italia la nostra matrice non ha questi canoni di comportamento; da noi la matrice etica è quella della virtù, cioè migliorare il bene comune, non l'utilità propria o di qualcun altro. Putin ha fatto le stesse cose in Ucraina, cioè ha ragionato con una mentalità utilitaristica".
"Allora, se vogliamo tendere a uno stato di diritto internazionale dove le regole abbiano una validità vincolante per tutti, occorre cambiare il fondamento attraverso un processo di dialogo. Altrimenti non ne verremo mai fuori".
"Il secondo punto è l'affermazione della 'sicurezza economica' che è diventata l'attività di governo. Cioè gli apparati militari sono in funzione della sicurezza economica, basata sulla regola della dipendenza, cioè che altri devono dipendere da lui. È il paradigma dello 'scambio silenzioso'. Nel linguaggio italiano questa definizione non è ancora entrata, ma è questione di settimane o di mesi. La guerra non viene più dichiarata, non c'è più bisogno di affermare la violazione di un principio internazionale, ma si fa e basta", ha precisato l'economista.
© Consulenza AgricolaIl professor Stefano Zamagni
"Il recente Rapporto dell'Ocse è intitolato: 'La sicurezza economica in un mondo che cambia'. Guardate il fenomeno dei dazi, delle restrizioni, dei controlli dell'export. Perché la guerra dei dazi è scoppiata ora e non prima? Una vecchia teoria di David Ricardo è quella del 'Vantaggio comparato': il libero scambio porta benessere a entrambe le parti, ma oggi siamo sotto controlli e restrizioni. I dazi servono ad affermare la sicurezza economica di un Paese rispetto ad altri. Ma in quest'ottica gli Stati Uniti rischiano molto: infatti magari nel breve periodo l'aumento dei dazi dà risultati immediati, ma nel medio e lungo termine ha un effetto negativo perché l'esercizio del potete ha dei costi (aumenterà il costo della vita agli statunitensi). Ma a Trump non interessa, perché sa che non potrà più essere eletto".
"In una situazione di questo tipo, che fare? Siamo di fronte a tre poli, anzi quattro: Stati Uniti, Russia e Cina, più i 12 paesi del sud, Global South (capitanati da Brasile e Sudafrica) che stanno cercando di fare massa critica e collaborare. Addirittura è già nata una moneta, a Shanghai, con l'influenza della Cina, alternativa al dollaro".
"Di fronte a questa situazione globale, ci si atteggia in due modi: o prevalgono i pessimisti (misoneisti, parola greca che denota l'atteggiamento di chi pensa sia ormai alla fine) o gli ottimisti a oltranza senza preoccupazione: per me, entrambe le posizioni estreme non vanno bene".
"Cosa fare allora? Occorre fare cultura (veicolata in mille modi). Gli intellettuali hanno una grave responsabilità, perché non fanno quello che dovrebbero fare. O parlano troppo sofisticato o non parlano affatto di questi temi. Di questi problemi si descrivono sempre e solo gli effetti, ma non si fa mai un'analisi delle cause
Per quanto riguarda l'agricoltura, essa va trasformata, non riformata. L'agricoltura va trasformata, cioè vanno trovati nuovi paradigmi per affrontare nuove sfide. La Fondazione Agritech ha parlato dell'uso dell'Intelligenza artificiale in agricoltura. L'AI dovrebbe essere utilizzata di più nel campo agricolo e serve sviluppare le Tecniche di Evoluzione Assistita per selezionare nuove varietà vegetali.
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"Quando si parla di AI – ha proseguito Zamagni - si dimentica di distinguere l'AI generativa (quella più comune e conosciuta) dall'altra, cosiddetta 'agentica': da 7 mesi è entrata in funzione una piattaforma di Microsoft per l'AI 'agentica'. In Italia ancora non se ne parla (si parla solo di chatgpt). L'agentica non solo è in grado di rispondere alle domande, ma anche di prendere decisioni in maniera totalmente autonoma. Questo pone un problema, dal punto di vista etico, da far venire i brividi. Ma se la macchina prende decisioni autonome, di chi è la responsabilità se le cose vanno male? Non dimentichiamo che anche le macchine commettono errori (pochi) di 'allucinazioni'. Il nostro diritto non è ancora preparato a queste cose. Ecco perché si parla di Algor-etica, termine coniato da Paolo Benanti, cioè l'etica degli algoritmi. Allora, fin dagli inizi, gli algoritmi devono assecondare certi canoni di comportamento che non possono essere quelli di tipo utilitaristico".
"Tutto questo riguarda l'agricoltura direttamente, ma noto che il settore è in ritardo, a differenza dell'industria (Confindustria ha una task force dedicata). È necessario rivedere gli accordi di libero scambio che avevano un senso quando prevalevano gli accordi internazionali di vecchio stampo. Ma ora che quegli accordi sono stati violati, e una nazione può imporre i dazi in maniera unilaterale, allora anche le regole dell'Unione europea devono essere adeguate".
"Un accordo di libero scambio deve evitare una corsa al ribasso nei diritti umani e dell'ambiente. Occorre che i costi e i benefici dell'accordo si distribuiscano in modo economicamente sostenibile. Questo secondo requisito deve essere inserito dentro a una normativa. Occorre accompagnare coloro che nella transizione ci rimettono (creare dei fondi di compensazione). Nella transizione qualcuno guadagna e altri ci perdono, allora bisogna avere a cuore il bene comune".
"Non siamo alla fine del mondo, guai a chi dice così. Siamo alla fine di un mondo. Pensate cosa significò la fine del Feudalesimo e il passaggio verso la modernità. E siamo stati noi italiani a dare il via a questo. L'Umanesimo lo abbiamo avuto solo noi italiani, così come il Rinascimento. Noi italiani abbiamo una capacità di affrontare le sfide delle transizioni come nessun altro. Questo perché abbiamo l'etica delle virtù, il bene comune".
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"Però - ha ammonito Zamagni - voi del mondo dell'agricoltura dovete darvi una svegliata. Siete poco presenti nel panorama Culturale (con la c maiuscola) nazionale. Dovete essere portatori di valori in maniera unitaria. Bisogna che facciate qualcosa, portare avanti una visione sul futuro. Se vi muovete solo per il vostro interesse, non sarete ascoltati. Pensate a un progetto per il vostro settore e non solo, in modo da crearvi una buona reputazione sociale. Siate generativi, la vostra destinazione è quella di essere generativi".
"Sappiate trasformare, non cambiare. La differenza è sostanziale. Il cambiamento postula la continuità comunque, il cambiamento si attua con le riforme. La trasformazione, invece, è più radicale, c'è un problema di decisione, non di scelta. Per decidere (dal latino 'tagliare') ci vuole la bussola; per scegliere ci vuole la mappa. In fasi storiche come l'attuale, occorre avere capacità di decisione. La bussola ci dà la direzione, con l'obiettivo finale chiaro", ha concluso Zamagni.