La filiera del carciofo pugliese, comparto strategico per l'economia agricola regionale e riferimento qualitativo a livello nazionale, sta attraversando una fase di squilibrio strutturale che mette sotto pressione soprattutto l'anello produttivo. A denunciarlo è Confagricoltura Puglia, che evidenzia un divario sempre più marcato tra i prezzi pagati dal consumatore finale e la remunerazione riconosciuta agli agricoltori.
I numeri chiariscono la portata del problema: a fronte di un prezzo al dettaglio che nella grande distribuzione supera l'euro a capolino, ai produttori vengono riconosciuti meno di 18 centesimi per il prodotto fresco e circa 6 centesimi per quello destinato all'industria di trasformazione. Un disallineamento che, secondo l'organizzazione agricola, non è più sostenibile né sul piano economico né su quello qualitativo.
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"Siamo di fronte a un cortocircuito che non danneggia solo i produttori, ma anche i consumatori. Questo sistema sta uccidendo la qualità", afferma il presidente di Confagricoltura Puglia, Antonello Bruno. Il rischio, concreto, è che la compressione dei prezzi alla base della filiera scoraggi gli investimenti agronomici e riduca progressivamente gli standard produttivi.
Leadership produttiva sotto pressione
La Puglia mantiene la leadership nazionale con una produzione annua di circa 130mila tonnellate di carciofi. Tuttavia, nelle aree storicamente vocate del foggiano e del brindisino, il comparto è messo a dura prova da una combinazione di fattori: aumento dei costi di produzione, effetti della siccità del 2025 e concorrenza crescente dei prodotti nordafricani.
Secondo Confagricoltura, le importazioni da Paesi come Egitto e Tunisia, caratterizzate da costi di produzione e standard normativi non comparabili con quelli italiani, contribuiscono a creare un eccesso di offerta che la grande distribuzione utilizza come leva per abbattere i prezzi di acquisto. "La concorrenza è durissima e sleale. Alla fine, a noi restano le briciole", sottolinea Bruno.
Campi non raccolti e rischio disinvestimento
La situazione ha già effetti tangibili sul territorio. In provincia di Brindisi si registrano distese di carciofi lasciati nei campi perché la raccolta è diventata antieconomica. Se a dicembre 2024 il prezzo riconosciuto alle aziende agricole era di circa 80 centesimi a capolino, nelle prime settimane del 2026 si è scesi fino a 10 centesimi. A questi livelli, raccogliere il prodotto genera perdite anziché reddito.
Il fenomeno non riguarda solo il carciofo, ma si estende ad altri ortaggi tipici come cavolfiore, cicoria e broccoli, spesso sostituiti sui banchi della distribuzione da prodotto importato, nonostante l'elevata qualità delle produzioni locali.
"Quanto sta accadendo è davvero mortificante per la nostra agricoltura", dichiara Gennaro Sicolo, presidente regionale e vicepresidente nazionale di CIA Agricoltori Italiani. Sicolo richiama anche le possibili ricadute degli accordi commerciali internazionali, come quello con il Mercosur, che rischiano di accentuare la pressione competitiva sulle produzioni italiane. "Si favoriscono grandi interessi industriali, comprimendo i prezzi e accettando uno scadimento generale della qualità, a danno di produttori e consumatori".
Sulla stessa linea Giannicola D'Amico, vicepresidente vicario di CIA Puglia, che sottolinea come il crollo dei prezzi alla produzione sia un problema ricorrente negli ultimi anni, arrivato ora a un punto critico: "Dieci centesimi è un'elemosina. Così si sviliscono la dignità del lavoro agricolo e il ruolo strategico dell'agricoltura pugliese".
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E' emerso, nei giorni scorsi, un quadro altrettanto critico anche dalle segnalazioni di Coldiretti Puglia, che punta i riflettori sulla situazione del brindisino, dove il prezzo dei carciofi è diventato, di fatto, una beffa per chi lavora nei campi. "Il 'primo fiore' viene infatti pagato agli agricoltori tra i 12 e i 20 centesimi a capolino, mentre sugli scaffali della Gdo lo stesso prodotto può arrivare fino a 90 centesimi. Una forbice definita inaccettabile, soprattutto considerando che già da dicembre, complice il crollo delle richieste, il mercato ha smesso di assorbire il prodotto fresco, dirottando i carciofi verso l'industria di trasformazione. Qui lo 'spezzato' viene remunerato appena 5-6 centesimi a capolino, un livello che non copre neppure i costi di raccolta e trasporto, trasformando una produzione di eccellenza in una perdita secca per le aziende agricole".
A sottolineare le distorsioni lungo la filiera è stato Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi, che inserisce il tema in un contesto più ampio di rallentamento dei consumi. "In una fase in cui l'aumento dei prezzi alimentari frena la spesa delle famiglie, i costi legati al trasporto arrivano a pesare fino a circa un terzo del prezzo finale di frutta e verdura", evidenzia Ripa, rimarcando come questo scenario abbia prodotto rincari spesso difficili da giustificare e uno scarto enorme tra il valore riconosciuto in campagna e quello sugli scaffali. Secondo il presidente di Coldiretti Brindisi, lungo il percorso che porta i prodotti dal campo alla tavola si annidano pratiche speculative che vanno individuate e contrastate anche attraverso l'azione dei Vigili dell'Annona, con controlli stringenti sull'origine dell'ortofrutta esposta, in particolare quella proveniente da Paesi del Nord Africa come Tunisia, Egitto e Marocco.
Aggregazione e valorizzazione come leve operative
Oltre alla denuncia, Confagricoltura Puglia indica alcune direttrici operative per uscire dall'impasse. Centrale è la valorizzazione delle produzioni certificate, come il Carciofo di Brindisi IGP, e il rafforzamento dei Consorzi di tutela. Aggregare l'offerta, programmare le produzioni e presentarsi in modo più strutturato al tavolo della Grande distribuzione sono passaggi ritenuti indispensabili per riequilibrare i rapporti di forza lungo la filiera.
Senza una maggiore aggregazione, avverte l'organizzazione regionale, il singolo agricoltore resta privo di strumenti contrattuali efficaci di fronte ai colossi della distribuzione e alle dinamiche di mercato globali. La sfida, oggi, non è solo difendere i prezzi, ma garantire continuità produttiva, occupazione e qualità in uno dei comparti simbolo dell'orticoltura pugliese.