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L'impronta ambientale dei prodotti frutticoli torinesi: ne parla uno studio del Disafa-Unito

Come i passi e le azioni, anche agli alimenti (compresi gli ortofrutticoli) lasciano una traccia: quella denominata come "impronta ambientale" o "ecologica" (Environmental Footprint o Ecological Footprint), oggetto di numerosi studi di settore in Europa e in Italia per l'opportunità di innovazione sostenibile e di leva competitiva che rappresenta per le principali filiere agricole.


Le tre diverse impronte ambientali nel ciclo di vita di un prodotto: Carbon Footprint (quantifica le emissioni di gas serra e si misura in kg di CO2 equivalenti); Water Footprint (quantifica i consumi delle risorse idriche, secondo le diverse modalità di utilizzo e di misura in metri cubi di acqua virtuale); Ecological Footprint (quantifica i consumi di terreno biologicamente produttivo e si misura in gha=global hectar).

In particolare, il DISAFA-Dipartimento Scienze Agricole Forestali e Alimentari dell'Università degli Studi di Torino ha recentemente elaborato un modello di contabilità ambientale applicata ai prodotti frutticoli della Provincia di Torino, a seguito dell'attenzione emergente da parte del mondo dell'ortofrutta verso l'importanza (anche commerciale) dell'inserimento dei principi di sostenibilità ambientale nei propri sistemi produttivi e di commercializzazione.

Spiega a FreshPlaza l'Ing. Simone Contu, consulente del Gruppo di Ricerca Universitaria in Ecobilanci dei Sistemi Frutticoli, il quale ha sviluppato lo studio in questione: "Questo approfondimento è nato in collaborazione con la Provincia di Torino – nell'ambito del progetto ACTT-Alimentazione Consumatori Territori Transfrontalieri (legato al Programma di Cooperazione territoriale ALCOTRA 2007-2013 della Regione Piemonte) - con l'obiettivo specifico di quantificare l'impatto ambientale dei prodotti frutticoli all'interno dei capitolati di spesa delle mense scolastiche, in modo da identificare parametri oggettivi per etichettature di carattere ambientale."

La ricerca è decollata con uno studio pilota applicato su sei aziende situate nell'areale torinese, prendendo come colture di riferimento mele e kiwi. L'indagine della filiera frutticola è stata condotta su due livelli:

  1. la fase produttiva, cioè tutti i processi che riguardano le operazioni di campo;
  2. la fase distributiva, ossia tutti i passaggi interni della supply-chain, fino alla consegna nelle mense scolastiche. 


"Le due fasi sono state studiate in modo indipendente - prosegue l'Ing. Contu - e hanno pertanto richiesto lo sviluppo di due diverse linee di ricerca. L'impronta ecologica è stata analizzata nel dettaglio nella prima fase (attraverso gli indicatori Ecological, Water e Carbon Footprint), rilevando come le differenti modalità di gestione del frutteto (convenzionale, integrata o bio) determinino marcate differenze nell'impatto sull'ecosistema."

L'ultimo step del progetto è consistito nella creazione di uno strumento di valutazione per tradurre in maniera chiara e sintetica i risultati della ricerca, in modo tale da fornire agli stakeholders degli istituti scolastici, o ai gestori dei capitolati di appalto delle mense, la possibilità di confrontare prodotti frutticoli fra loro differenti secondo una categorizzazione dei principali impatti ambientali, espressi sia in termini di livelli di fooprint, sia secondo l'indicatore creato ad hoc di biodiversità e territorialità.

La comunicazione finale del documento prodotto ha poi mostrato i risultati ottenuti dallo studio in chiave semaforica, esprimendo tre differenti gradi di giudizio per ciascuno degli indicatori considerati (colore verde per i risultati positivi, giallo per quelli intermedi e rosso per i negativi).

In Inghilterra, per esempio, sono già 25 mila i prodotti con il marchio CFP-Carbon Footprint (letteralmente "impronta di carbonio"), primato a cui si accoda un numero crescente di prodotti italiani (soprattutto alimentari) in grado di soddisfare i nuovi criteri di scelta dei consumatori che vanno oltre il binomio tradizionale qualità-convenienza, iniziando così a concepire e "pesare" la discriminante dell'impatto ambientale di ciò che si acquista.

"Mettendo a confronto i risultati finali della ricerca condotta – continua l'Ing. Contu – si denota come la produzione biologica rappresenti la strategia migliore per l'abbattimento degli impatti ambientali, al di là di ogni percezione di filiera corta, almeno per quanto l'indicatore Ecological Footprint è in grado rilevare. In entrambi i casi (mele e kiwi), inoltre, emerge come la componente che caratterizza in negativo le produzioni non biologiche sia quella relativa ai consumi energetici."


I risultati dello studio condotto sulla fase produttiva: la differenza di impatto deriva dalla tipologia di gestione del frutteto.

"Altro dato significativo è il confronto tra le produzioni di mele biologiche distinte per cultivar antiche o commerciali: le prime, infatti, mostrano performance di Ecological Footprint lievemente peggiori rispetto alle seconde, considerando oltretutto la produttività minore ottenibile per ettaro. Tuttavia, non bisogna trascurare la forte valenza di conservazione e ripristino delle biodiversità nel territorio piemontese che la scelta di cultivar antiche porta con sé: aspetto importante che esula dai risultati ottenibili mediante questo tipo di analisi."

Promuovere l'adozione di un modello di sviluppo sostenibile grazie alla riduzione progressiva delle emissioni di CO2 di prodotti e processi, e all'adozione di schemi di etichettatura credibili ed efficaci porta a una svolta "green" sostanziale: estende cioè la responsabilità ambientale dell'impresa oltre i processi di produzione, coinvolgendo tutta la catena del valore relativa ai prodotti e ai servizi offerti.

"Iniziative come la PEF-Product Environmental Footprint, sviluppata dalla Commissione Europea–DG Joint Research Centre – spiega il consulente universitario - preannunciano uno standard europeo per la valutazione ambientale di processi produttivi e commerciali ai fini della creazione di etichette ambientali scientificamente consolidate e condivise. Ad oggi, però, le norme PEF sono ancora allo stato di bozza (European Commission, 2013), mentre la versione finale è prevista per metà 2015, dopo diverse fasi di verifica da parte di esperti nei differenti settori produttivi. Fino all'uscita di tale protocollo, la valutazione della sostenibilità dei sistemi di produzione e di commercializzazione resterà legata all'applicazione di indicatori ambientali secondo criteri e parametri descritti dalla letteratura scientifica internazionale. Tuttavia, un progetto di incentivo del consumo di prodotti sostenibili non può certamente esimersi dal condurre uno studio di indicatori ad hoc per il contesto regionale in cui si trova ad operare."

Conclude Contu: "Misurare l'impatto dei prodotti e dichiararlo in modo trasparente e verificabile può sicuramente educare i cittadini alla consapevolezza delle conseguenze ambientali che nascono dalle loro scelte di acquisto e di consumo quotidiano. Di qui, può scaturire un circolo virtuoso di 'best-practice' territoriali capace di stimolare le aziende a innovare le produzioni per renderle più sostenibili, incentivando nel contempo i consumatori ad elevare il loro stile di vita. Principi ormai irrinunciabili, in grado di coniugare sostenibilità e competitività sui mercati locali e internazionali".

Contatti:
DISAFA - Gruppo di ricerca in ecobilanci dei sistemi frutticoli
Dipartimento di Colture Arboree - Università degli Studi di Torino

Via Leonardo da Vinci 44
10095 Grugliasco – Torino (TO)
Simone Contu - Email: simonecontu@yahoo.it
Alessandro K. Cerutti
Gabriele L. Beccaro - Email: gabriele.beccaro@unito.it
Luca Bonvegna
Giancarlo Bounous
Email: ecobilanci.dca@unito.it
Web: www.ecobilanci.unito.it

Data di pubblicazione:
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