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Il ciliegio verso l’alta densita', ma senza esagerare!

L'ultima delle serate a tema organizzate questo anno dal Club dei tecnici romagnoli "Cesare Patuelli" - lo scorso venerdì 14 dicembre a Faenza (RA) - è stata dedicata al ciliegio.

Nell'occasione, il dottor Stefano Lugli (in piedi nella foto qui accanto) del dipartimento di Scienze agrarie dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum ha relazionato sulle principali innovazioni nei sistemi di impianto ad alta densità per una cerasicoltura di qualità.

Nella premessa del suo intervento, Lugli ha subito ribadito due concetti fondamentali, ripresi da due luminari della scienza e della tecnica, il prof. Silviero Sansavini e il compianto dottor Angelo Errani che, già trenta anni fa, nel loro trattato di "Frutticoltura ad alta densità" ammonivano come "in generale, i frutticoltori sono portati ad apprezzare i vantaggi dell'alta densità – perché immediati – e a sottovalutarne gli svantaggi, che arriveranno invece più tardi", aggiungendo anche che: "alcuni di questi inconvenienti possono essere evitati se il frutticoltore ne ha conoscenza e possiede grande perizia professionale".


Nella foto un impianto ad alta densità HDP: 800-1.200 alberi/ha.

Altro tema rimarcato da Lugli, la necessità di produrre solo alta qualità se si vuole rendere redditizia la cerasicoltura specializzata intensiva. Riprendendo i listini una OP vignolese, che liquida i produttori in base al calibro delle ciliegie conferite, è stato evidenziato come - da una produzione annua di 12 ton/ha di Ferrovia - la produzione lorda vendibile (PLV) possa essere incrementata del 30-40% se si passa da una pezzatura media di 24-26 mm a una classe di 28-30 mm. Con ciliegie di tale calibro, a parità di rese produttive per ettaro, si ottiene un risparmio del 40% nelle spese legate alle operazioni di raccolta e selezione in campo.


Impianto ad altissima densità VHDP (1.500-5.000 piante/ha) su Gisela 5, una soluzione che mostra alcuni limiti su alcune cultivar al sesto-settimo anno.


L'evoluzione nelle densità e nei modelli di impianto del ciliegio è stata graduale fino al secolo scorso (vedi grafico sottostante). La chiave di volta verso l'HDP (alta densità di impianto) e la VHDP (altissima densità) è stata l'introduzione di portinnesti nanizzanti, al pari di quanto avvenuto nel passato per il melo con l'M9 e per il pero con l'utilizzo dei cotogni.



"Rispetto a questi ultimi tuttavia - ha proseguito Lugli - i soggetti deboli disponibili oggi per il ciliegio, come Gisela 5 e 6, non danno le stesse sicurezze e mostrano già alcuni limiti, dimostrandosi non universalmente adatti agli ambienti di coltivazione della pianura padana e alle normali tecniche colturali utilizzate nel ciliegio".

"Stiamo lavorando per collaudare su larga scala una serie di portinnesti a vigoria intermedia adatta ad alte densità di impianto comprese tra 800 e 1200 alberi per ettaro" ha aggiunto Lugli che, tra questi soggetti, ha riportato le buone risposte di due cloni di Prunus cerasus, il CAB 6P e il Weiroot, e di due nuovi ibridi clonali, il PHL A e il PIKU 1 (vedi figura sotto).



Circa l'altissima densità di piantagione i dati presentati da Lugli dimostrano come il modello proposto - ad asse centrale su portinnesto Gisela 5 a 500 alberi/ha - abbia dato buone e costanti risposte con varietà tipo Ferrovia ma già al 6-7° anno abbia mostrato i suo limiti con varietà tipo Kordia (nella figura sottostante).



Al termine della serata, Stefano Lugli ha presentato al numeroso pubblico di esperti presenti le nuove varietà di ciliegio di alta qualità targate Alma Mater Studiorum, la serie SWEET (nella figura sottostante). Per dettagli su questa nuova serie varietale, vedi anche precedente articolo FreshPlaza del 21/11/2012 (clicca qui).



Per maggiori informazioni:
Stefano Lugli
Email: stefano.lugli@unibo.it
Web: www.ciliegio.unibo.it

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