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Report dell'Alta Scuola Impresa e Societa' dell'Universita' Cattolica

Sostenibilita' nella Gdo alimentare: un trend promettente

In considerazione delle sue dimensioni, in Italia la Grande distribuzione organizzata (Gdo) comporta rilevanti impatti economici, sociali e ambientali. Tra food e non food sono circa 57.000 i punti vendita, diretti o in franchising, che danno occupazione a circa 460mila addetti.

Grazie alle sue economie di scala, nel solo alimentare confezionato la Gdo consente ai consumatori un risparmio di oltre 6 miliardi l'anno. Un settore che, in particolare in ambito alimentare, è però anche altamente competitivo: costi elevati e margini operativi mediamente bassi, costante competizione sui prezzi, continua attenzione alla qualità dell'offerta. In questo contesto già di per sé sfidante, le aziende devono rispondere a scelte d'acquisto non più dettate semplicemente dal prezzo e dalla percezione della qualità, ma anche dalla sostenibilità del prodotto.

E' quanto si legge nel report realizzato dall'Alta Scuola Impresa e Società (ALTIS) dell'Università Cattolica, dal titolo "Il ruolo della GDO nello sviluppo sostenibile della filiera agroalimentare: analisi e prospettive", nel quale sono state analizzate le pratiche di sostenibilità di 27 insegne della Gdo appartenenti ai maggiori Gruppi italiani che operano nella distribuzione alimentare al dettaglio. In base alle rilevazioni Nielsen, queste insegne rappresentano oltre il 97% della Gdo alimentare italiana.

I risultati
Il 33% delle aziende considera il valore della sostenibilità quale driver di crescita, adottando così buone pratiche sostenibili, tra cui: riduzione degli impatti ambientali (77%), solidarietà e presenza sul territorio (63%), innovazione e sostenibilità (52%), qualità dei prodotti e sicurezza dei clienti (48%), e attenzione alle persone (48%).

Il 67% delle imprese comunica la sostenibilità innanzitutto tramite il sito web ed è in crescita il numero di azienda che pubblica Bilanci di sostenibilità (+23% nel biennio 2018-2019 sul 2017). Dalla valutazione emerge che il 33% delle aziende non ha ancora attivato una sezione dedicata alla sostenibilità e il 19% esplicita iniziative di sostenibilità in modo inconsapevole e non strutturato. Il 48% ha ottenuto punteggi medio-alti nella valutazione del sito web, segno che queste aziende stanno prendendo consapevolezza della valenza comunicativa della sostenibilità.


(Foto: ALTIS)

Spesso, però, la comunicazione privilegia alcune aree della sostenibilità, come i prodotti ecosostenibili o le iniziative rivolte alla comunità, a discapito di altre per le quali non sono presenti informazioni. Quindi c'è ancora spazio di miglioramento.

Oggi i consumatori si aspettano che le aziende di distribuzione adottino comportamenti etici e coerenti con i valori di produzione e consumo responsabile, che con sempre maggior forza si stanno affermando all'interno della società. Una tendenza confermata dai dati: l'82,5% degli italiani ritiene molto o abbastanza importante che i prodotti alimentari acquistati riflettano le proprie convinzioni etiche, sociali e ambientali.

Grazie al rilevante potere contrattuale delle sue imprese, l'attenzione alla sostenibilità nella Gdo produce ricadute positive su tutta la catena del valore, stimolando le filiere ad adottare comportamenti etici e responsabili con potenziali impatti significativi sulla crescita sostenibile. L'impatto della Gdo agisce non solo sui processi di produzione, trasformazione e distribuzione ma anche sui prodotti stessi, che diventano sempre più sostenibili in termini di packaging, qualità, sicurezza e territorialità, tanto nei partner per i prodotti a Marca del Distributore (Mdd) come in tutto il sistema produttivo.

Due poli di sviluppo della sostenibilità
L'analisi dell'ALTIS evidenzia due poli di sviluppo della sostenibilità. Il primo è composto da quelle aziende che dimostrano di essere consapevoli del valore della sostenibilità quale driver di crescita e di comunicazione efficace: sono il 33% di realtà del campione appartenenti al livello "sistematico" e l'11% appartenenti al livello "innovativo", in cui la sostenibilità ha raggiunto alti livelli di innovatività e di integrazione nei processi decisionali. L'altro polo è composto da quelle aziende analizzate che intendono la sostenibilità in modo "tradizionale", poco orientato alla comunicazione e unilaterale nel rapporto con gli stakeholder. Si tratta di organizzazioni "non classificabili" nel modello di integrazione proposto nel report, che rappresentano il 15% del campione, o appartenenti al livello "informale", rappresentanti un altro 19%.

Tra questi due poli si trovano le aziende appartenenti al livello "corrente" - il 22% del campione - che presentano una configurazione più fluida nella comunicazione della sostenibilità. Queste ultime hanno preso consapevolezza del valore della sostenibilità e hanno avviato a diversi livelli iniziative di comunicazione che, secondo la qualità e quantità di informazioni fornite, possono avvicinarle ad uno dei due poli descritti, senza tuttavia rientrarvi.