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Le priorita' per l'agenda del ministro alle politiche agricole

Ogni volta che c'è un cambio di ministro, si sprecano gli auguri e l'accreditarsi all'attenzione del nuovo "padrone di casa". Ma, allo stesso modo, può essere utile (anche per lo stesso ministro, specie se non è del settore) comprendere quali siano le esigenze della filiera. Ieri abbiamo interpellato alcuni operatori (cfr. FreshPlaza del 15/02/2021) e abbiamo avuto notevoli riscontri per questa iniziativa, tanto che altri ci hanno contattati, o noi abbiamo contattato loro, riportando esperienze e riflessioni.

A sinistra, Roberto Piazza in una foto d'archivio

"Leggo con interesse - scrive Roberto Piazza, esperto di politiche commerciali e per anni direttore di Fedagro a Bologna - l'indagine relativa a Cosa faresti tu se fossi ministro dell'Agricoltura?. Ebbene, con infinita modestia, proporrei di mettere in piedi finalmente, in via permanente e tenerlo aggiornato, un Catasto per frutteti, orti, cereali e piante da pieno campo e serra. In pratica, come già fanno in Trentino dove, per ogni particella catastale relativa alle mele, ne conoscono la superficie, la varietà, l'anno di impianto, e il numero di piante. Pensiamo come si semplificherebbero le strategie produttive e commerciali! Oggi mi sembra di osservare una battaglia marina dell'ultima guerra, dove noi navigavamo a vista e gli altri avevano il radar e poi per consolarci dicevamo: Mancò la fortuna, non il valore!".

Massimo Longo

Massimo Longo, imprenditore del settore agroalimentare e presidente del consorzio Zenzero Italiano afferma: "In primo luogo io vorrei un Ministero con più persone competenti al proprio interno, dove le decisioni vengano prese non perché si è tirati per la giacca da questa o quell'altra associazione o lobby, ma con cognizione di causa, per il bene di tutte le filiere. Un dicastero come quello all'agricoltura dovrebbe dotarsi di figure esperte e 'neutre', che non appartengano a nessuna parte, con bagagli concreti nel proprio curriculum. In secondo luogo, sogno un Ministero che faccia comunicazione univoca, che abbia gli strumenti per combattere le fake news, che sia un punto di riferimento anche per il consumatore. In sintesi: il Mipaaf sia in grado di dare una informazione ufficiale, centralizzata e seria".

Teresa Diomede

Teresa Diomede, titolare dell'azienda pugliese Racemus, dichiara: "Se fossi io il ministro, lavorerei per la redistribuzione del valore lungo la filiera. Diminuirei la burocrazia e anche la contribuzione, almeno per il tempo utile a un rilancio serio e strutturato dell'intero settore. Mi farei ponte per la costruzione di dialoghi tra produzione, commercializzazione e Gdo. Aprirei tavoli per accordi internazionali finalizzati all'approccio a nuovi mercati e mi impegnerei per la riapertura di quelli, al momento, chiusi. Attuerei un urgente controllo e un argine sulle importazioni extra CEE. Inoltre, è importante l'armonizzazione sull'utilizzo dei fitofarmaci a livello europeo. In ultimo, e non per ultimo, l'implementazione della comunicazione del settore a livello istituzionale, in particolare rivolta al consumatore finale, per fare formazione e informazione ed evitare la diffusione di disinformazione e fake news".

Claudio Dall'Agata

"Le mie priorità? Una maggiore attenzione per il comparto del packaging, specie per quanto proviene dall'estero". Lo afferma Claudio Dall'Agata, direttore di Bestack, che precisa: "La normativa italiana prevede i più elevati standard igienico sanitari per gli imballaggi destinati ai prodotti alimentari. Per gli imballaggi di carta e cartone significa solo imballaggi monouso che rispettano i principi di purezza e composizione, con limiti minimi di fibra da rispettare e limiti massimi per le sostanze di carica da materiale riciclato. Così gli imballaggi in cartone in Italia sono i più sicuri, in quanto monouso e recuperati e riciclati, per il loro valore in materia prima, praticamente nella totalità dei casi, quindi nessuna scatola di cartone per ortofrutta deve finire in discarica. Tutto questo crea discrepanze sul mercato".

"Accade ad esempio - continua Dall'Agata - che produttori europei esportino in Italia prodotti in imballaggi coerenti con le loro norme nazionali e accettati in Italia per i principio di reciprocità, ma con standard alimentari inferiori a quelli italiani. Quindi, oltre all'assenza dei controlli, manca appunto il riferimento normativo sulla base del quale controllare gli imballaggi. Se per il consumatore non sono ancora scontate le implicazioni di prodotto in relazione alla sua provenienza, figuriamoci sulle confezioni! In periodi di necessità di elevare le certezze di rispetto delle norme igieniche e sanitarie, uniformare "l'alimentarietà" degli imballaggi potrebbe essere un buon punto di partenza. Quindi, delle due una: o cominciamo a fare comunicazione sulla maggiore sicurezza delle nostra normativa sugli imballaggi per consentire una scelta consapevole ai nostri concittadini oppure, sospendendo giudizi etici e sanitari, combattiamo tutti con le stesse regole".


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