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+3,7% per i beni alimentari non lavorati

I prezzi al consumo aumentano, ma gli agricoltori non ne traggono alcun beneficio

Secondo le stime preliminari, nel mese di febbraio 2019 l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,2% su base mensile e dell'1,1% su base annua (da +0,9% registrato nel mese precedente).

La lieve accelerazione dell'inflazione a febbraio è imputabile prevalentemente ai prezzi dei beni alimentari sia lavorati (da una variazione tendenziale nulla a +1,2%) sia non lavorati (da +1,7% a +3,7%). Tra questi ultimi, l'aggregato vegetali freschi o refrigerati diversi dalle patate registra un'impennata dei prezzi, la cui crescita passa da +6,4% a +18,5% (+6,3% il congiunturale). 

L'inflazione torna ad accelerare in modo marcato per i beni (da +0,7% a +1,5%), mentre rallenta per i servizi (da +1,1% a +0,7%); pertanto rispetto al mese di gennaio il differenziale inflazionistico tra servizi e beni torna negativo e pari a -0,8 punti percentuali (era +0,4 nel mese precedente).

I prezzi dei prodotti di largo consumo accelerano la loro crescita: i beni alimentari, per la cura della casa e della persona passano da +0,6% a +2,1% e i prodotti ad alta frequenza d'acquisto da +0,8% a +1,7% (entrambi si portano al di sopra dell'inflazione generale). Fonte: Istat

Nessun vantaggio per gli agricoltori
"Non sono gli agricoltori a trarre vantaggio dall'impennata dei prezzi alimentari non lavorati". Il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, ha così commentato i dati diffusi oggi dall'Istat sull'andamento dell'inflazione a febbraio.

"Gli agricoltori – ha aggiunto Giansanti – stanno facendo i conti con una forte riduzione della produzione, in primo luogo di ortaggi, dovuta a un andamento climatico anomalo caratterizzato da ondate di gelo e di punte di caldo primaverile. Come sovente capita in queste circostanze, si innescano fenomeni speculativi a scapito dei consumatori, che scontano anche il ruolo limitato della parte agricola nel processo di formazione dei prezzi al consumo".

"Occorre anche considerare che, a fronte di prezzi in aumento al consumo per gli ortaggi, per altri prodotti si registrano quotazioni all'origine insoddisfacenti", ha proseguito il presidente della Confagricoltura.

"E' il caso, ad esempio, degli agrumi e del grano duro – ha precisato il presidente di Confagricoltura - In generale, non saranno in ogni caso i prezzi dei prodotti agricoli all'origine a dare fiato all'inflazione, anche perché nel complesso la spesa alimentare incide per circa il 15 per cento sul totale degli acquisti delle famiglie italiane".

Confagricoltura ricorda, infine, che sulla base dei dati dell'Istat il livello medio della spesa alimentare delle famiglie su base mensile è ammontato nel 2017 a 457 euro, di cui meno di cento destinati all'acquisto di prodotti ortofrutticoli.


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