Sviluppato sistema per creare energia pulita alternativa partendo da foglie di spinacio

 L'idrogeno è largamente considerato il combustibile del futuro, però non essendo presente in natura se non in minime quantità, i costi di produzione a partire da combustibili fossili o dall'acqua sono economicamente troppo elevati. L'elettrolisi dell'acqua richiede una notevole quantità di energia, sotto forma di elettricità, che può essere fornita dalla luce solare.

Lo scorso agosto i ricercatori del Technion-Israel Institute of Technology di Haifa hanno pubblicato un lavoro che propone un approccio innovativo: mettere insieme la luce solare e le membrane fotosintetiche delle foglie di spinacio in una cella bio-foto-elettro-chimica (BPEC) che genera, in condizioni di illuminazione, una forza elettromotrice in grado di facilitare la reazione di scissione dell'acqua per generare idrogeno.
 
Le membrane tilacoidali estratte dalle foglie di spinacio sono introdotte nella cella BPEC contenente una soluzione tampone con ferrocianuro. In condizioni di illuminazione solare simulata, avviene l'ossidazione dell'acqua e gli elettroni vengono trasferiti attraverso la coppia redox Ferro/Ferrocianuro dalle tilacoidi a un elettrodo trasparente che funge da anodo, producendo una densità di corrente elettrica di 0,5 mA/cm2.

Il Prof. Avner Rothschild spiega : "I risultati dimostrano la possibilità di combinare membrane fotosintetiche naturali e celle fotovoltaiche artificiali per convertire l'energia solare in idrogeno. Questo sistema ibrido innovativo riunisce le membrane fotosintetiche naturali e la tecnologia fotovoltaica sviluppata dall'uomo al fine di risolvere una delle più grandi sfide nello sviluppo delle energie rinnovabili, cioè la conversione dell'energia solare e lo stoccaggio in idrogeno combustibile."

Fonte: Pinhassi Roy I., Kallmann Dan, Saper Gadiel, Dotan Hen, Linkov Artyom, Kay Asaf, Liveanu Varda, Schuster Gadi, Adir Noam, Rothschild Avner, 'Hybrid bio-photo-electro-chemical cells for solar water splitting', Agosto 2016, Nature Communications, Vol. 7. doi:10.1038/ncomms12552
www.nature.com/articles/ncomms12552

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