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Afghanistan: coltivare zafferano, non oppio

Al Salone del gusto di Torino, tutto lo zafferano portato dal tenente Silvia Guberti è stato esaurito nei primi due giorni di fiera. Il prodotto deriva dal progetto Zafferano afghano, che vede la conversione di terreni coltivati ad oppio in campi di zafferano.

Il progetto è stato presentato a Torino e a sorpresa, in apertura, arriva una telefonata da Kabul: in linea c’è Staffan De Mistura, rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite a Kabul, il quale interviene sul progetto Zafferano Afgano che vede impegnati gli Alpini Italiani nella sostituzione delle coltivazioni di oppio: "Quella che state presentando a Torino è una grande iniziativa: il clima e i terreni afgani danno vita a un prodotto di qualità che valorizza questa terra ma soprattutto può regalare un futuro. Oggi ci sono le bombe, ma questo progetto dimostra che domani qualcosa può cambiare, l’Afghanistan può dare molto".

L’intervento di De Mistura fornisce dunque una chiave di interpretazione al progetto: l’agricoltura può salvare l’Afghanistan. E l’entusiasmo con cui i visitatori del Salone del Gusto hanno accolto l’iniziativa lo conferma. La qualità del prodotto, non solo quella etica, è alta e le esportazioni hanno preso il via.



Il Colonnello Comandante Emmanuele Aresu lo ha vissuto sulla propria pelle: "Ciò che stiamo facendo in Afghanistan è dare forza ai contadini. Coltivando l’oppio rendono ricchi i terroristi. La produzione dello zafferano, partendo dai bulbi offerti da noi, è invece una proficua fonte di reddito per loro".

Il Tenente Silvia Guberti per sei mesi ha lavorato con l’associazione di 480 donne che produce lo zafferano arrivato a Torino: riceverà per questo nei prossimi giorni importanti premi istituzionali. "L’interesse che la nostra iniziativa ha suscitato al Salone del Gusto, e che mi viene riconosciuto con questi premi - racconta - sono il simbolo dell’attenzione al nostro operato da parte del mondo civile, non militare, che per il progetto è fondamentale. Le donne afgane se lo meritano".

Il momento più bello della sua esperienza? "Quello della mia partenza per l’Italia è stato insieme il momento più brutto e più bello: le donne con cui lavoravo mi hanno detto che in Italia avranno non solo un’amica, ma una sorella".

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