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La clessidra

Professione Biotecnologo: vincono i colletti bianchi

Si è tenuta lo scorso 14 aprile, in una sala gremita presso l'Università degli Studi di Verona, l'Assemblea dell'Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani (ANBI). Associazione nata nel 2001 per valorizzare quella che era una professione emergente e che ora conta circa 20.000 laureati nel nostro paese.

"Nell'immaginario collettivo – spiega Davide Ederle, presidente ANBI – il biotecnologo è il classico camice bianco con la pipetta in mano. I dati che emergono dalle nostre rilevazioni, raccontano però un'altra storia. Il biotecnologo è sì protagonista nei laboratori, ma la maggior parte ha posato la pipetta per occuparsi, a vario titolo, di innovazione. Che poi è, di fatto, il motivo per cui questa figura professionale è nata: uscire dal laboratorio per trasformare il sapere in un saper fare".


Davide Ederle, presidente ANBI

Dai dati presentati emerge infatti che oltre la metà non si riconosce nemmeno più all'interno delle definizioni che contraddistinguono i vari corsi di laurea (biotecnologo agrario, industriale, medico, veterinario, farmaceutico) e così si trovano biotecnologi che si occupano di progettazione europea, gestione della qualità, proprietà intellettuale, normativa e processi autorizzativi, consulenza tecnica, marketing, gestione d'impresa, ma anche imprenditori, manager, comunicatori, giornalisti, insegnanti. Non solo dunque ricercatori e professori universitari, che pur non mancano, ma anche tutte quelle professioni che consentono ad un risultato scientifico di cambiarci la vita diventando prodotti e servizi.



"Oggi si sta aprendo – sottolinea Paola Dominici, direttore del Dipartimento di Biotecnologie dell'Università di Verona che ha ospitato l'evento – la grande sfida della chimica verde nella quale le biotecnologie giocheranno un ruolo di primo piano e anche noi come Università, sul fronte formativo, dobbiamo preparare professionisti capaci di intercettare i bisogni in termini di competenze del settore".



"Il dato è molto chiaro, le imprese hanno sì bisogno di ricercatori, ma ancor di più persone con competenze capaci di trasformare la ricerca in innovazione. Questo è un messaggio importante – conclude Ederle – in particolare per i ragazzi che da grandi vogliono intraprendere questa carriera, o quegli studenti che hanno già iniziato il percorso per diventare biotecnologi. Il loro futuro, molto probabilmente, non sarà in un laboratorio ed è bene che siano fin da subito consapevoli e pronti a cogliere la sfida di un mondo del lavoro che chiederà loro molto di più che impugnare una pipetta".

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