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A cura del Prof. Giorgio Balestra

Actinidia: le attuali problematiche in campo

Siamo al momento della raccolta del kiwi: si tirano le somme di un'annata che prevede risultati non particolarmente soddisfacenti per l'Italia, con un calo produttivo, purtroppo, considerevole (cfr. FreshPlaza del 13/10/2016).

Contestualmente, per l'actinidia oggi si riscontrano due problematiche in pieno campo particolarmente sentite dagli actinidicoltori: la cosiddetta "moria" e il cancro batterico.

La moria, segnalata dal 2012 nel Veneto, oggi registra la sua preoccupante diffusione anche in Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lazio, superando i 1.000 ettari interessati da questa problematica, totalmente compromessi. A fronte di differenti progetti a oggi già finanziati a livello locale (comunale, provinciale), ancora non ne è stata chiarita la causa. Stress di natura abiotica (lavorazioni del terreno, caratteristiche dei suoli, problemi di assorbimento a livello radicale, ristagni idrici, ecc.) o biotica (eventuale coinvolgimento di microrganismi/parassiti): ancora molteplici sono i quesiti principali cui dare riposte per individuare la causa(/e) scatenanti, e adottare opportune contromisure.


Sintomi diffusi di moria del kiwi in Veneto

In riferimento alla moria, ad oggi si riporta che "si è capito che in qualche modo è coinvolta la pratica agronomica", che "i patogeni non sono coinvolti in maniera preponderante" e che "c'è una nuova tecnica di laboratorio" (cfr. FreshPlaza del 30/09/2016); inoltre che "la baulatura e il compost potrebbero essere di aiuto" (cfr. FreshPlaza del 30/09/2016), ed ancora che "è un problema del terreno, determinato da una parte dalla quantità di acqua che viene erogata; dall'altra potrebbero essere coinvolti anche patogeni non noti che attaccano il kiwi" (cfr. FreshPlaza del 06/10/2016).

Tutti quesiti importanti, cui la ricerca deve dare riposte ma che, per vari motivi, dopo 5 anni dalla comparsa di questa alterazione (ampie necrosi brunastre con a volte deformazioni del lembo fogliare, filloptosi, sviluppo complessivo ridotto, imbrunimento delle radici più piccole, ipertrofia radicale, e quindi collasso generalizzato delle piante di actinidia con morte delle stesse anche nell'arco della stessa stagione vegetativa), tardano ad arrivare.

Come spesso dimostra (con dati/risultati/sperimentazioni concrete), la ricerca italiana non ha nulla di specifico da invidiare a quella oltre confine ma, di fronte a emergenze negli ambiti più disparati, al contrario dei colleghi UE, eccelle nel dividersi, frammentarsi, disgregarsi, perdendo forza e rappresentanza; perché quindi per una volta non lavorare, per tempo, ognuno per le proprie competenze (professionali, associazionistiche, agronomico-colturali, fitosanitarie, scientifiche, pubbliche e private) e specificità, nell'interesse finale e comune, in un'unica proposta progettuale di livello nazionale?

Il dibattito è aperto e, credo, che tutti i principali attori della filiera actinidia/kiwi nazionale possano essere interessati nel contribuire/concentrare/ottimizzare le forze, le risorse, ma soprattutto le competenze per trovare adeguate risposte a quella che oggi, forse, può essere definita come una malattia complessa, in cui sono coinvolti differenti fattori (abiotici, biotici) ma, purtroppo, non ancora definiti.

L'altra problematica ad oggi maggiormente sentita in pieno campo è il cancro batterico dell'actinidia causato del batterio Pseudomonas syringae pv. actinidiae (Psa) che, dal 2008 ad oggi ha causato la distruzione di migliaia di ettari su tutto il territorio nazionale.


Sintomi causati da Psa su Actinidia spp. in Italia nel 2016

Le strategie di contenimento/controllo di Psa su actinidia, ad oggi, si avvalgono di pochi agrofarmaci registrati in Italia nei confronti di questo batterio. In via definitiva (in agricoltura convenzionale e biologica) è autorizzato un agente di controllo biologico (Bacillus amyloliquefaciens subsp. plantarum ceppo D747), utilizzato specialmente per proteggere da Psa la fioritura delle piante di actinidia, e in deroga, in numero limitato di trattamenti, sono disponibili differenti formulazioni a base di sali di rame (es.: idrossido, ossicloruro, ossido, solfato - per il convenzionale ed il biologico) e un induttore di resistenza, solo in agricoltura convenzionale (acibenzolar-S-metile).

Per quanto riguarda i sali di rame, a tutt'oggi essi risultano fondamentali, all'interno di un'equilibrata e sostenibile strategia fitosanitaria per il contenimento dell'agente causale del cancro batterico dell'actinidia, sia durante la fase di riposo vegetativo, ma anche durate la stagione vegetativa. Il tutto ovviamente rispettando i dosaggi consigliati in etichetta, il numero di trattamenti, come tenendo nella dovuta considerazione le condizioni climatico-atmosferiche avverse (gelate, grandinate, violenti temporali, brinate tardive), che si verificano stagionalmente ma che possono risultare anche inaspettate, sia durante la fase invernale, sia alla ripresa e durante l'intera stagione vegetativa, come a protezione dei tagli di potatura.

Al fine di evidenziare il ruolo importante svolto dal rame nei confronti di Psa, il gruppo di ricerca di fitobatteriologia del DAFNE dell'Università della Tuscia, da tempo ha intrapreso una valutazione dell'eventuale presenza o meno di isolati di Psa rame-resistenti in Italia e non.

Considerando le principali popolazioni di Psa ad oggi studiate e caratterizzate a livello mondiale. attualmente sono stati saggiati 122 isolati di Pseduomonas syringae pv. actinidiae isolati nelle principali aree mondiali vocate alla coltivazione dell'actinidia (34 dal Cile, 10 dalla Cina, 10 dalla Corea, 10 dalla Nuova Zelanda, 6 dal Giappone, 4 dall'Argentina, 2 dall'Australia, 1 dalla Turchia e, tra quelli europei, 25 dall'Italia, 13 dalla Grecia, 2 dalla Spagna, 2 dal Portogallo, 2 dalla Francia, 1 dalla Svizzera, 1 dalla Germania).

Lo studio (Autori: Silvi Stefano, Maria Claudia Taratufolo, Geremia Giovanale, Marsilio Renzi, Mazzaglia Angelo, Balestra Giorgio Mariano) in collaborazione con lo spin off accademico PhyDia (www.phydia.eu) ha valutato, mediante differenti concentrazioni di rame solfato (0-2.5 mM) l'eventuale capacità degli isolati batterici di Psa (impiegati alla concentrazione di 1x108 ufc/ml) aventi differenti connotazioni (specie di actinidia, area geografica, organo vegetale ed anno d'isolamento), di moltiplicarsi o meno in presenza di questo sale di rame, particolarmente impiegato per contenere i danni da cancro batterico su piante di Actinidia spp.

Di tutti gli isolati di Psa attualmente saggiati, solamente 3, due del Giappone, ed 1 dell'Australia, hanno evidenziato la capacità di moltiplicarsi in presenza di sali di rame solfato. I 2 isolati del Giappone sono risultati in grado di svilupparsi su specifico substrato nutritivo contenente 1.5 Mm e 2 Mm, l'isolato di Psa dell'Australia si sviluppa ad una concentrazione di 1 Mm di rame solfato.


Sviluppo di 3 isolati noti di Psa su specifico substrato nutritivo agarizzato: (Sin) in assenza di rame solfato in senso orario (Giappone, Australia, Italiano, controllo, acqua distillata sterile); (Ds) in presenza di Sali di rame solfato (0.5 Mm), sviluppo di 1 isolato di Psa del Giappone; riduzione, ma comunque sviluppo dell'isolato dell'Australia, totale inibizione dell'isolato di Psa dell'Italia, controllo, acqua distillata sterile.

Mentre la resistenza al rame da parte degli isolati di Psa del Giappone è nota da molti anni, quella riscontrata per l'isolato dell'Australia è di particolare importanza in quanto si tratta di un isolato cosiddetto Psa LV (Low Virulent) isolato nel 2011; lo stesso, probabilmente (studi in corso) non è da ritenersi Psa come depositato ma, come per diversi casi già registrati in EU e non, si tratta di Pseudomonas syringae pv. actinidifoliorum e, da questa popolazione, la trasmissione di una resistenza per via plasmidica al rame (come agli antibiotici) è quanto di più naturale possa avvenire tra popolazioni batteriche.

Tutti i ceppi batterici ad oggi saggiati sono stati isolati nel periodo 1992-2016; in particolare, quelli della Nuova Zelanda ad oggi inseriti nello studio sono del 2010 (anno del rinvenimento di Psa in NZ) e del 2011. Al contrario, un recente studio (Colombi et al., 2016) evidenzia come oggi, in Nuova Zelanda, risultano resistenti al rame circa il 25% degli isolati di Psa (ottenuti nel 2015-2016). Qui, un uso eccessivo dei sali di rame in termini di dosaggi e di numero di trattamenti, viene ancora consigliato, ed anche queste pratiche fitosanitarie è ipotizzabile possano aver concorso a determinare questa situazione piuttosto preoccupante.

In Italia, al momento non si hanno evidenze di isolati di Psa rame-resistenti e, pertanto, il rame risulta la base fitoiatrica da cui, non si può prescindere.

Bisogna però anche registrare che in Italia, l'utilizzo del rame su actinidia, dopo il trascorso "allarme da batteriosi" è andato sensibilmente diminuendo, soprattutto durante la stagione vegetativa. Ancora, il retaggio culturale (non colturale) evidenzia la tendenza che il problema vada affrontato quando è già in atto, invece di prevenirlo. Lavorare su questo aspetto, soprattutto per l'assistenza tecnica è comprensibilmente impegnativo ma, trattandosi di batteri, va costantemente rimarcato in quanto la prevenzione, continua ed equilibrata, nei confronti di Psa è particolarmente importante per l'intera filiera.

Un impiego oculato, responsabile e costante dei sali di rame è fondamentale e, la consapevolezza di quanto i sali di rame siano stati di supporto dal 2008 ad oggi in Italia, testimoniano la presa di coscienza che con Psa non bisogna mai abbassare la guardia, ma operare responsabilmente per conviverci, adottando soluzioni ecocompatibili.

Per maggiori informazioni:
Prof. Giorgio M. Balestra
Dipartimento di Scienze per l'Agricoltura e le Foreste (DAFNE)
Università degli Studi della Tuscia

Via S. Camillo de Lellis
01100 Viterbo
Email: balestra@unitus.it
Web: www.unitus.it/it/dipartimento/Dafne
Web: www.researchgate.net/profile/Giorgio_Balestra

Data di pubblicazione: 18/10/2016



 


 

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